All’incrocio tra sé e gli altri – Schizofrenia

I deficit sociali della schizofrenia da un punto di vista psicologico, neuropsicologico e clinico

autore: Silvia Massimi

Spesso, sia all’interno dei manuali diagnostici ma anche nella pratica clinica, riscontriamo che nelle persone con diagnosi di schizofrenia si evidenzia, tra gli altri sintomi, anche una particolare riduzione dell’espressività mimica, dei gesti espressivi e del contatto oculare.
Lo sguardo, in particolar modo, è un “cue” sociale speciale, è uno strumento attraverso il quale noi entriamo in relazione con l’altro, cerchiamo di capire e di farci capire dall’altro.
Una gran lunga serie di esperimenti (Friesen e Kingstone,1998; Driver e Coll.,1999; Frischen e Tipper, 2004) dimostrava che quando noi osserviamo il volto di un nostro conspecifico, ci focalizziamo in particolar modo proprio sullo sguardo e soprattutto orientiamo immediatamente il nostro sguardo e la nostra attenzione nella stessa direzione segnalataci da quello sguardo.
In realtà, come ci mostra il Paradigma sperimentale di Posner (1978), l’orientamento dell’attenzione può essere facilmente mediato anche da “cue” simbolici, come ad esempio una freccia, un quadratino o un flash di luce. Il paradigma di Posner (1978)

ci dimostra che noi siamo molto influenzati da questi “indicatori” e che orientiamo la nostra attenzione verso la posizione segnalata dal “cue”, anche con “cue” periferici non informativi (Posner e Cohen, 1984), cioè in cui non è affatto certa la validità di quell’indicazione o addirittura anche quando l’indicazione è certamente contropredittiva.
Tuttavia lo sguardo sembra essere un “cue” più forte rispetto ai “cue” simbolici, perché con lo sguardo c’è un orientamento dell’attenzione totalmente automatico ed estremamente duraturo.
Questo significa che quando noi ci troviamo di fronte ad un nostro conspecifico, automaticamente ed inevitabilmente ci orientiamo nella direzione indicata dal suo sguardo.

Paradigma classico con freccia

Questo ha una chiara funzione adattiva poiché quello sguardo ci può segnalare una situazione pericolosa, o una situazione favorevole, può far capire al soggetto che cosa sta per fare l’altro o cosa gli sta chiedendo di fare, insomma lo sguardo non è un “cue” come qualsiasi altro, non è paragonabile ad una freccia o ad un

Paradigma variato con social cue (sguardo)

quadratino, perché non è un elemento simbolico ma è una parte del corpo di un nostro conspecifico e di noi stessi, ed ha una forte valenza sociale.

Lo studio di Akiyama e Coll. (2008) dimostrava che i soggetti schizofrenici, in particolar modo i soggetti che si trovano in una fase avanzata della malattia, non mostrano orientamento dell’attenzione mediato dallo sguardo (o in alcuni casi questo orientamento c’è ma è molto ridotto rispetto ai soggetti sani), mostrano invece un normale orientamento dell’attenzione con i “cue” simbolici.

Questo dimostrava che i soggetti schizofrenici non hanno nessun problema con il compito  di orientamento dell’attenzione in sé ,ma il loro problema si colloca piuttosto ad un livello sociale e relazionale, la loro capacità di orientarsi nella direzione segnalata dal “cue” si blocca nel momento in cui questo “cue” è lo sguardo.

Nel suo libro “La schizofrenia” (1927),  Minkowski propone il tema del Ciclo dello Slancio Vitale e fa un bellissimo paragone tra l’esistenza umana e il battito di un cuore. Così come il cuore, con il suo battito essenziale, si contrae e si rilassa, attraverso l’alternarsi di una fase sistolica e una fase diastolica, così anche la vita è caratterizzata da momenti di espansione e di apertura al mondo e da momenti di chiusura e di ripiegamento su se stessi. Nei momenti di apertura c’è l’adesione al mondo, la prossimità tra l’io e il mondo, la capacità di “essere-in-situazione”, la sintonia tra il fare umano e il divenire continuo del mondo. Nei momenti di chiusura invece il soggetto ha bisogno di prendere distanza dal mondo, in questi momenti prevale la necessità di affermare la distinzione tra il proprio sé e il mondo, ma anche questa fase è altrettanto necessaria al ciclo della vita. Nell’esistenza schizofrenica però sembra esserci uno sbilanciamento, una polarizzazione sulla fase sistolica, una chiusura permanente, una rescissione dalle cose della realtà e dagli altri, una deriva verso il versante della “schizoidia”. In questo modo avverrebbe la perdita del contatto vitale con la realtà, in questo modo il soggetto non sarebbe più capace di vivere le cose “per sentimento” (cioè attraverso il sentire) e la sua unica possibilità si compie nel tentativo di saperle in modo astratto e razionale. Così le emozioni non possono essere più sentite, provate, vissute e comunicate, ma possono essere conosciute solo attraverso un razionalismo morboso, come se fossero formule matematiche, deduzioni geometriche “nelle regioni desertiche e glaciali governate dall’intelligenza pura” come scriveva Minkowski.

Sempre Minkowski sostiene che anche “il delirio è il tentativo di dare forma e spiegazioni razionali a un magma di emozioni e di percezioni senza forma e in eccesso”.

Philippe Chaslin (1912) definiva invece la schizofrenia “discordanza”, per sottolineare il fatto che in essa l’elemento fondamentale è la presenza di uno stato esistenziale “dissonante” dovuto ad una continua tensione tra desiderio di comunicare e rifiuto assoluto di ogni comunicazione, tra emozioni esplosive, allaganti, che però non sono traducibili in parole e devono essere bloccate, cancellate. Secondo Chaslin quindi il mondo schizofrenico è ricco di emozioni, ma esse appaiono al soggetto incomprensibili e minacciose e non possono mai pienamente emergere, ma anche così si crea un modo di comunicare emozioni tramite una non-comunicazione, una tensione irrisolta.

Ma le emozioni nascono all’incrocio tra sé e gli altri, sono transpersonali, si formano nell’incontro e nel confronto con gli altri e con i fatti della realtà e quindi il soggetto schizofrenico è qui, a questo incrocio che inevitabilmente rimarrà bloccato, senza poter essere in grado di fare strumento delle emozioni e dell’intersoggettività per assegnare significati al mondo e a se stesso.

Da una prospettiva evoluzionistica, le emozioni hanno un valore adattivo, dovrebbero facilitare lo stabilirsi delle relazioni tra gli individui appartenenti allo stesso gruppo sociale, favorire il legame transgenerazionale e aiutare ad organizzare il comportamento in modo da aumentare il livello di efficienza e la probabilità di sopravvivenza.

Il volto è la parte del corpo fondamentale per l’espressione delle emozioni, ed è anche fondamentale per la nostra identità, questo sembra essere confermato anche dalla scoperta che la muscolatura del volto è molto più sviluppata nell’uomo che in qualsiasi altra specie (Bennett e Hacker, 2005).

Molti studi sembrano aver indicato che la ridotta capacità dei soggetti schizofrenici di riconoscere ed elaborare il volto sia in termini emotivi sia in termini identificativi, possa giocare un ruolo significativo nel deficit del funzionamento sociale.

Una percezione alterata dei volti e delle emozioni che essi esprimono potrebbe causare una interpretazione assolutamente sbagliata del dato affettivo e portare a delle reazioni comportamentali strane e inappropriate (Kee e Coll.,1998). Un esempio particolarmente esplicativo a riguardo sono i sintomi paranoidei: il soggetto a volte può interpretare e vivere un semplice sguardo come minaccioso e persecutorio.

Haxby e Coll. (da Barton, 2003; Calder e Coll.,2005; Pace e Perrett, 2003) hanno elaborato un modello per l’elaborazione del volto, che prevede due processi separati di analisi delle caratteristiche: uno si occupa delle caratteristiche variabili del volto, cioè lo sguardo, l’espressione generale, i movimenti della bocca, e la cui base neurale si trova nel Solco Temporale Superiore (STS) e nel Giro occipitale inferiore; l’altro invece si occupa delle caratteristiche costanti del volto, cioè l’identità, il sesso, e la cui base neurale si trova nel Giro occipitale inferiore e nel Giro fusiforme laterale (Face Fusiform Area – FFA).

Secondo Elgar e Coll. (2001) il solco temporale superiore e la FFA dell’emisfero destro (che sarebbe l’emisfero dominante per la percezione del volto) costituiscono il punto di connessione tra due sistemi, quello Mediale e quello Laterale. Il Sistema Mediale è preposto all’apprendimento, alla memoria e al riconoscimento degli aspetti affettivi e sociali del volto, mentre il Sistema Laterale si occupa fondamentalmente dell’elaborazione delle caratteristiche visive che permettono il riconoscimento dell’identità. Il Sistema Mediale (b) è costituito dall’ippocampo, dal paraippocampo, dall’amigdala e dalle regioni frontali mediali, mentre il Sistema Laterale (a) è costituito da STS, dal giro temporale medio, dalle regioni prefrontali laterali e ventro-laterali.

parti a)laterale e b)mediale del cervello umano coinvolte nella percezione del volto. Le frecce indicano il flusso delle informazioni relative all’identità facciale.   Fonte: Elgar e Campbell (2001).

Philiphs e Coll. (da Bosikas e Coll., 2004) distinguono invece un Sistema Ventrale e un Sistema Dorsale. Quello Ventrale si occupa del significato emotivo degli stimoli e della produzione di stati emotivi, quello Dorsale si occupa dell’integrazione di vari processi cognitivi, di attenzione selettiva e di funzioni esecutive.
Il volto è sicuramente lo stimolo visivo più complesso e importante per i suoi significati, con cui l’uomo deve sapersi confrontare. È un punto di intersezione tra aspetti emotivi, aspetti cognitivi e aspetti sociali.
In soggetti sani, le espressioni del volto che indicano paura o rabbia, e che sono minacciose, vengono elaborate e riconosciute molto più rapidamente rispetto alle espressioni positive.
Nei soggetti schizofrenici invece ci sono chiari deficit nella percezione delle caratteristiche del volto e in particolar modo nel riconoscimento proprio delle emozioni a tonalità negativa, come la paura, la tristezza o il disgusto (Martin e Coll., 2005; Suk Kyoon, 2003; Bediou e Coll., 2005).
Altri studi (Kington e Coll., 2000; Hall e Coll., 2004; Lane,2003; Hadry e Coll., 2002; Edwards e Coll., 2002; Suk kyoon e Coll., 2003; De Gelder e Coll., 2005) hanno dimostrato che i soggetti schizofrenici hanno difficoltà nel capire lo stato mentale di un soggetto analizzando l’espressione degli occhi, e nel formulare giudizi sociali complessi a partire dalle espressioni del volto, ma anche a riconoscere un’emozione dalla voce, da stimoli olfattivi, dagli elementi prosodici del linguaggio.
Finora abbiamo parlato della difficoltà di una persona schizofrenica nell’elaborare l’espressione del volto, tuttavia si manifestano delle difficoltà anche sul versante dell’espressione.
Sono state osservate delle alterazioni, sia qualitative sia quantitative, a livello della muscolatura della metà superiore del volto, in particolar modo del muscolo corrugatore delle sopracciglia e del muscolo zigomatico, muscoli che sono fondamentali per l’espressione del sorriso, per accompagnare il linguaggio nel veicolare determinati messaggi, per esprimere le emozioni (Mandal e Coll.,1998; Gaebel e Coll.,2004; Sakamoto e Coll.,1997; Azuma e Coll.,2003).
Alcuni studiosi (Herbener e Coll., 2008) hanno sostenuto che, in realtà, i soggetti schizofrenici non siano particolarmente deficitari nelle risposte immediate a singoli stimoli che hanno una connotazione affettiva; il problema secondo questi studiosi si colloca in una fase successiva e più complessa, cioè quando lo stimolo emotivo deve essere elaborato ad alti livelli per organizzare e guidare il proprio funzionamento cognitivo, emotivo, motivazionale e sociale.
Quindi la difficoltà non starebbe nell’elaborazione di un semplice e isolato stimolo emotivo, ma nell’integrazione di quello stimolo e dell’emozione ad esso associata, con informazioni cognitive e contestuali per poter realizzare processi di alto livello come prendere decisioni, pianificare i propri comportamenti, raggiungere obiettivi.
Risulta poi di fondamentale importanza riuscire, anche in ambito sperimentale, a considerare il contesto familiare in cui è inserito il soggetto schizofrenico, in particolar modo le attitudini, lo stile comunicativo e i livelli di controllo dei genitori o degli altri familiari con cui il soggetto schizofrenico vive.
Alcuni studi (Wuerker e Coll.,2001) si sono occupati di analizzare nel tempo i pattern comunicativi caratteristici di famiglie con persone schizofreniche, in particolar modo con un figlio o una figlia schizofrenica di giovane età.
Analizzando le comunicazioni interpersonali tra i genitori e i figli, è emerso che i soggetti schizofrenici che subiscono una forte pressione da parte dei genitori, in termini di controllo e di potere, e in cui c’è una forte asimmetria, hanno delle frequenti ricadute rispetto ai soggetti schizofrenici che hanno un rapporto simmetrico con i loro genitori, e che mostrano una certa flessibilità e maggiore espressione emotiva.
Questi dati sperimentali, sembrano essere in sintonia con l’attenzione posta dal Modello Post-Razionalista agli stili di attaccamento ed alla reciprocità che si instaura nell’ambiente parentale.
Secondo il modello di Guidano, nello specifico, in una organizzazione psicotica, quella reciprocità tra il bambino e l’ambiente di accudimento in cui vive è alterata principalmente in due direzioni: da una parte ci può essere il bambino che mostra una soglia di ricezione alta agli stimoli ma che viene “paradossalmente” poco stimolato e dall’altra, al contrario, troviamo il bambino che ha invece una elevata ricettività, quindi molto sensibile agli stimoli, e che viene anche iperstimolato.
Dunque questa interazione “incoerente” tra la domanda che proviene dal bambino e il tipo di risposta che invece gli ritorna dal caregiver, determina una precoce difficoltà di organizzare percezioni, cognizioni ed emozioni in modo integrato e coerente.
Da qui una Organizzazione di Sé e della propria esperienza umana improntata alla “disorganizzazione”, in cui è molto difficile riuscire a sequenzializzare e ad astrarre (in modo flessibile soprattutto) il fluire delle proprie esperienze e dei propri significati personali.
A questo appartiene quella globale NON-Integrazione che determina poi l’impossibilità di mantenere un senso unitario e continuativo nel tempo di sé, che caratterizza appunto l’esistenza psicotica.
Ciò comporta una rigidità per cui molti “temi” non integrati possono essere portati “fuori da sé” (una percezione può diventare così un’allucinazione) oppure “dentro di sé” (un delirio).
Questa difficoltà di integrazione, l’ho definita appunto sopra globale, poiché coinvolge e include in questo “senso di Sé” anche la propria immagine corporea (al punto che una persona con organizzazione psicotica ai livelli più gravi potrebbe non riconoscersi allo specchio) e quella altrui. A ciò potrebbe pertanto ricollegarsi anche quel deficit di elaborazione dei volti e dello sguardo che è stato tema iniziale dell’articolo.
In quest’ottica la psicosi, e non così distante dal pensiero di Chaslin rispetto al rapporto psicosi-emozioni, può essere dunque vista come quella modalità conoscitiva che la persona ha a disposizione per trovare una spiegazione possibile ad esperienze che possono essere troppo perturbanti e difficili da integrare nel proprio Sé.

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