Carteggi di Psicologia
Cibo e emozioni

Il cibo delle emozioni. Cultura e senso di un gesto semplice

“Quando ho fatto questa pietanza, come tradizione vuole, mi sono sentita un po’ come mia nonna. Quando l’ho assaggiata, sono tornata bambina. Ora che sono adulta, decido di raccontare la mia storia alla generazione che l’assaggerà.”

Come “tradizione vuole” alcune ricette della storia familiare si devono fare in un certo modo: seguendo passaggi precisi, mettendo “quegli” ingredienti, impastando con le mani, assaggiando con le dita, annusando e chiudendo gli occhi.

Un rituale che racconta di legami costruiti, che racconta di sé. Una storia di bambini di ieri e di oggi, che si raccolgono incantati per osservare la gestualità unica che crea pasti, relazioni, ricordi.

È il cibo il protagonista di questa storia, ma ancor di più è il suo significato. Un senso che viene trasmesso, condiviso e sentito.

Da sempre, alimentarsi è stato qualcosa di più di una semplice necessità di nutrimento per l’organismo, rappresentando uno stimolo per la creazione di gruppi organizzati e finalizzati alla sopravvivenza dei membri. Il legame cooperativo volto alla ricerca del cibo genera uno spazio in cui sperimentare vicinanza, protezione e accudimento. La ricerca di cibo e la condivisione del pasto, inizia ad assumere un significato più complesso, diventa un “pretesto” per ritrovarsi e riunirsi.

La scoperta del fuoco e la possibilità di cucinare i cibi per renderli più gustosi e digeribili, ha contribuito a costruire una comunicazione tra i membri del gruppo.  L’invenzione del cucinare ha favorito la partecipazione attiva, accrescendo la pianificazione, la cooperazione e lo sviluppo dell’intelligenza.

E così, già nell’antica Grecia, il fuoco assume un significato di tipo familiare che si incarna nella dea Estia, dea della casa e del focolare. Il fuoco di Estia riscalda la casa e cuoce i cibi, e il suo simbolo, il cerchio, si materializza nella fiamma viva posta nel focolare rotondo al centro della casa.

Ed è proprio in questo centro simbolico che si creano i legami, in questo luogo di calore e nutrimento che è il “focolare domestico”.

Così il cibo diventa un mezzo di coesione che accompagna la storia e l’evoluzione dell’uomo, assumendo negli anni i contorni di un racconto da tramandare.  Un’impronta digitale e una matrice culturale a cui si sente di appartenere.

Per gli antichi Romani, famosi per la loro la convivialità (dal latino convivium “banchetto”, derivato di convivere “vivere insieme”), il pranzo era un vero e proprio rituale che durava dal primo pomeriggio fino a notte fonda. Un momento sociale in cui i commensali partecipavano alla tavola occupando il posto riservato al proprio ruolo nella società.

La condivisione del pasto si trasfomerà nel tempo in un palcoscenico, in un momento  di costruzione della famiglia come sistema sociale. Alimentandosi infatti, il bambino fa esperienza del cibo e apprende codici di comportamento alimentare, osserva la divisione dei compiti e le regole che “muovono” i componenti della famiglia,  distingue i cibi “buoni” da quelli “cattivi”.

Uno scambio di relazioni e un momento di osservazione che dà vita alla tradizione alimentare. Una tradizione tramandata con raccolte di memorie trascritte nei ricettari, raccontata dalle voci della famiglia e degli amici, una cultura trasmessa dai nonni ai bambini.

Questo è il fil rouge transgenerazionale che lega e caratterizza ogni popolo attraverso il cibo e i modi di vivere l’alimentazione, l’esperienza comune che crea un’identità sociale e un sentimento di appartenenza.

Ognuno di noi nell’intraprendere un viaggio, ha sentito la nostalgia dei sapori  familiari, così rappresentativi e caratteristici di un’intera nazione, da divenirne il simbolo identitario. Una condizione ancor più radicata nelle popolazioni migranti che nel cucinare un piatto della cultura e della memoria, si ricollegano idealmente con la propria terra,

per sentirsi di nuovo “a casa”.

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