Con-tatto e Con-fine

Il contatto richiama il concetto di alterità, il confine richiama il concetto di identità.

autrici: Carmela Mastromarino e Miriam di Nardo

La parola contatto deriva da “cum”(con) e “tangěre”(toccare), toccare con… Attraverso il contatto la persona accede al mondo esterno e all’altro; tramite i cinque sensi percepisce, elabora e memorizza le informazioni che provengono dalla realtà.

La persona, grazie al contatto, a suo modo, con le sue strutture interne, con le sue modalità di funzionamento incontra tutto quello che “non è Io” e  crea un “Tu” che in alcuni casi diventa un “Noi”. L’individuo per strutturasi ha bisogno di una relazione, necessita di un altro, di un “Tu”  per appoggiarsi, esplorare e, una volta acquisita la sicurezza, differenziarsi.

Nella relazione madre – bambino, per esempio, è attraverso il contatto che il bambino entra in relazione con lo stato interno della madre, lo conosce e sperimenta la propria reazione. E’ tramite il contatto materno che il bambino può essere calmato, attivato o iperstimolato e può “comprendere” se ciò che sta avvenendo nel mondo attorno a lui è sicuro o pericoloso.

Il contatto è necessario per soddisfare dei bisogni emotivi e materiali, modifica la qualità di vita del soggetto e permette evoluzioni ed a volte involuzioni.

È opportuno che  l’individuo sia a contatto con le proprie emozioni per un periodo sufficiente a stabilire con il “Tu”  una “giusta distanza” ed avere così un equilibrio, una coesistenza pacifica tra l’”Io” e “Tu” , favorendo un “Noi”. La giusta distanza dall’altro facilita l’espressione dell’individuo stesso e permette la presenza del “Tu”  e/o del mondo esterno.

Per definire tale distanza è essenziale strutturare un confine, un confine che può essere anche in continuo cambiamento. Il confine consente la vicinanza dei propri bisogni e favorisce la consapevolezza, al punto da realizzare la soddisfazione e il piacere . Consapevole dei propri bisogni emotivi, la persona diventa conduttore e primo attore delle sue azioni e della sue relazioni interpersonali.

Confine è, letteralmente, cum-finis, ciò che mi separa e nel contempo  ciò che mi unisce, che ho in comune con l’altro. La formazione dei confini inizia quando il bambino sviluppa il senso del proprio corpo, un senso che inizialmente non è fermamente definito.

Il confine delimita e protegge e svolge una funzione fondamentale nella strutturazione della persona. La mancanza di confine potrebbe mettere a rischio l’assertività, la autonomia e il rispetto per se stessi. Senza il confine si può provare una sensazione invasione dei propri spazi di pesantezza.

Tutti noi maturiamo uno stile di contatto che inevitabilmente si sposa con uno stile di confine, entrambi saranno poi centrali in tutti i processi di conoscenza, sia del mondo interiore – attivando la capacità di riflessione metacognitiva – che di quello esterno. (Guido 2008)

 

Il Contatto  e  Confine nella relazione terapeutica

Come viene utilizzato il contatto e come ci si serve del confine in una relazione terapeutica? Il contatto dà la possibilità al paziente di definire se stesso e esternare i propri pensieri, le proprie credenze, le proprie organizzazioni, al fine di inquadrare e risolvere i propri bisogni emotivi. Il confine, necessario per una terapia equilibrata, permette al terapeuta di vedere il paziente da un punto di vista esterno, scevro da giudizio e da coinvolgimento emotivo.

Entrambi sono fondamentali: uno per giungere alla conoscenza dell’individuo che ci troviamo di fronte; l’altro per permettere alle “celluline grigie” del terapeuta di essere attive ed efficienti nel dedurre, sentire ed emozionarsi.

Durante le sedute si percepisce il contatto e prende forma il confine che viene manipolato e modificato a seconda delle esigenze dalla terapia stessa. Nei percorsi psicoterapeutici spesso si hanno di fronte persone con difficoltà relazionali generate proprio da confini troppo rigidi o troppo lassi e spesso il lavoro del terapeuta consiste nel riformularli e ristabilirli nella modalità corretta (Liotti et al., 2011).

All’interno della terapia c’è un andirivieni di contatto e confine; in un istante o per un determinato argomento può essere necessario il contatto e la vicinanza, ma in altri potrebbe essere indispensabile il confine e la lontananza. La linea di confine spesso è dinamica; la distanza, in alcuni casi, permette di monitorare le sensazioni di invasione o di pesantezza che la relazione terapeutica potrebbe generare. La ricercata “giusta distanza” diventa una sorta di elastico che si allunga e si accorcia a seconda della reciprocità e dalle necessità terapeutiche, nel qui ed ora.

Grazie a quello che si può chiamare contatto e confine si concretizza una relazione terapeutica dotata di validazione empatica, coerente con le necessità emotive del paziente e del terapeuta, al punto da favorire delle esperienze emotive correttive. La “giusta distanza” premetterebbe, quindi, un equilibrio emotivo, grazie alla sperimentazione di copioni di reciprocità diversi da quelli sperimentati in dinamiche di attaccamento familiari (Farina et al. 2011).

 

Bibliografia

Liotti, G., Farina B., (2011) Sviluppi traumatici: Eziopatogenesi, clinica e terapia della dimensione dissociativa. Raffaello Cortina Editore, Milano

Farina B.,  Liotti G. (2011), Dimensione dissociativa e trauma dello sviluppo. Cognitivismo clinico, 8, 1, pp. 3-17

Guido A., Motta S., “Tu Fenomenologia del silenzio lungo il “confine di contatto”” PSYCHOFENIA – VOL. XI N. 19/2008

 

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