Lo sport come strumento di intervento: un’esperienza di Volley Integrato

di Daniele Rainaldi

Sport e salute è ormai un binomio assodato. Ciò che forse è un po’ meno noto è che lo sport può essere un valido strumento di intervento in psichiatria. Valido sia perché non ha bisogno dell’uso della parola come mezzo di comunicazione ( per alcuni pazienti la psicoterapia risulta particolarmente complessa); sia perché interviene significativamente sulla neurochimica del cervello (come i farmaci).

Il Volley è uno sport di squadra che richiede una grande capacità di sintonizzazione con l’altro

è per questa ragione che alla persona che lo pratica vengono richieste simultaneamente la capacità di autoregolare i propri stati interni, orientare l’attenzione sull’altro inibendo tutti gli stimoli distraenti, decodificare rapidamente lo stato della mente dell’altro, organizzare la propria azione coordinando mente , occhio e muscoli. Il tutto in un contesto di stress emotivo (la performance). Ripetere tali operazioni per tutti gli scambi di gioco e per tutte le partite richiede inoltre la gestione dei momenti di mancata volontà di decidere o agire (abulia) e gli stati di apatia che frequentemente si accompagnano al disturbo psichiatrico.

Caratteristiche del disturbo psichiatrico e vantaggi nella pratica della pallavolo

Il disturbo psichiatrico compromette significativamente la capacità della persona di autoregolare i propri stati mentali all’interno di un contesto di aderenza alla realtà o di reciprocità interpersonale.

Nei disturbi psicotici si riscontra frequentemente una disorganizzazione comportamentale ancorché cognitiva.

Infine l’esperienza della sofferenza psichica e o del disadattamento, conseguenti al disturbo, induce nella persona sentimenti depressivi caratterizzati da perdita di motivazione, abulia, apatia e senso di inutilità.

Da questo punto di vista la pallavolo, in quanto sport di squadra, permetterebbe alla persona di “allenare” tali capacità cognitive e metacognitive bypassando il canale verbale (come avviene nella psicoterapia), in un contesto di stress emotivo.

La pratica ripetuta dello sport permette inoltre di contrastare attivamente i sintomi depressivi sopra esposti.

L’esperienza del “Social Doc”

A partire dall’esperienza del Torneo di Volley integrato denominato “Social Doc”  si è cercato di “verificare” se e quanto potesse essere presente un effetto sulla metacognizione dei sette  pazienti psicotici coinvolti nella ricerca.

La ricerca: strumenti e ipotesi

Il lavoro ha previsto una fase osservativa ed una di testing, sia sui giocatori con diagnosi, sia sugli allenatori delle squadre integrate.

Gli strumenti utilizzati sono stati la Theory of Mind Assessment Scale (Thomas) ed un questionario di autovalutazione per gli allenatori delle squadre integrate.

L’osservazione si è focalizzata sul rapporto fra il numero di scambi con il compagno ed il numero di tocchi complessivo per ciascun giocatore in un singolo set. L’ipotesi di partenza è che la possibilità di coordinarsi con l’altro  in un’azione finalizzata fosse ben rappresentata dalla capacità per il paziente, di scambiare la palla anziché mandarla immediatamente nel campo avversario  (ovviamente relativamente al primo ed al secondo tocco).

Coerentemente con le aspettative la pratica ripetuta ha incrementato questo indicatore nella maggior parte dei soggetti e, sorprendentemente, tale effetto risulta più pervasivo nelle situazione di maggiore stress emotivo (partita finale).

L’effetto sembra essere indipendente sia dal numero di partite effettivamente giocate; sia dal lavoro svolto dall’allenatore, sia rispetto agli aspetti tecnico-tattici, sia agli aspetti più di tipo motivazionale.

La correlazione dei punteggi con i dati provenienti dalla Thomas sembrerebbe mostrare che la correlazione fra complessità della teoria della mente e miglioramento della capacità di sintonizzazione con l’altro sia di tipo inverso. Questo potrebbe interpretarsi come un maggiore effetto laddove più compromesse risultano le funzioni metacognitive.

Ovviamente la ridotta numerosità del campione e l’assenza di controllo di tutti gli altri aspetti del trattamento dei soggetti, conferiscono ai risultati il valore di ipotesi di ricerca, che ulteriori e futuri lavori potrebbero approfondire o confutare. 

Si potrebbe comunque concludere che a beneficiare della pallavolo come veicolo di integrazione sarebbero proprio coloro che maggiormente vivono una condizione di isolamento e alienazione sociale.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *