OLTRE IL “RAPTUS”, mass media, malattia mentale e cronaca nera

RIFLESSIONI SU COME I MASS MEDIA TRATTANO LA MALATTIA MENTALE NEI FATTI DI CRONACA NERA.

autore: Zaira Bandiera

 

Cagliari, uccide l’anziana madre e si costituisce: è stato un raptus (30 luglio 2017)

 

Una convivenza di due solitudini. Appare sempre più simile a questo, il contesto che ha portato al delitto di Natale a Canali. Franco Govi ha soffocato la sorella Franca dopo una banalissima lite, scoppiata perché uno schizzo di schiuma, mentre si faceva la barba, era finito sullo specchio che lei aveva appena pulito. Un raptus che ha probabilmente condensato in un attimo anni di incomprensioni reciproche, e che ha reso protagonista di una violenza imprevedibile – per chiunque lo conosca, ma anche per lui stesso – un uomo mansueto e riservato. (28 dicembre 2017 – Il Resto del Carlino)

 

Una morte intollerabile quella di Hamid, il bambino di 5 anni strangolato dal padre. Le indagini sono in corso e per stabilire le cause del gesto efferato servirà del tempo. Nel caso del piccolo Hamid alcuni hanno ipotizzato una depressione del padre associata alla perdita del lavoro, anche se non c’è ancora alcuna conferma ufficiale. (6 gennaio 2018- CentroPagina Smart News dal territorio).

Ci imbattiamo quotidianamente in notizie di cronaca come quelle riportate sopra, potrei persino dire che ne siamo assuefatti. Esse hanno un comune denominatore: i protagonisti degli efferati delitti sono stati colti da un “momento” di follia, da un raptus improvviso, talvolta inspiegabile e talvolta dovuto alla depressione (o ad altro disturbo psichico). Ma il racconto giornalistico, costituito spesso da una ricerca spasmodica delle cause dell’insano gesto, a tutti i costi ed in tempi brevi, rende un buon servizio all’informazione? La risposta è No, poiché come spesso accade quando si ha a che fare con la natura umana, le cose sono più complesse di come vengono raccontate.

Raptus” rappresenta ormai un termine equivoco, usato spesso e impropriamente dai media, ogniqualvolta accada un evento tragico che abbia come protagonista un individuo che compie un crimine violento e improvviso. Il problema è che oggi l’informazione relativa a fatti di cronaca nera è spesso lacunosa, frammentaria e si tende a confondere le motivazioni ed i contesti ove si sono manifestati gli eventi luttuosi1. Desta stupore e angoscia quando un omicidio è compiuto contro un figlio, una moglie, un marito, cioè contro qualcuno con cui l’omicida abbia un legame significativo: dunque come spiegare un gesto tanto irrazionale se non ricorrendo al “raptus”? Talvolta anche gli specialisti della salute mentale fanno ricorso a questo termine, ma spiegandolo in termini tecnici, non lo collegano ad un processo di contesto necessario a determinare lo scompenso. La loro definizione clinica, dunque, rende il raptus un concetto ancora più misterioso.

In realtà è necessario considerare la “terza creatura” ovvero la relazione unica e irripetibile tra omicida e vittima. La scelta di quest’ultima,  infatti, non è casuale e dunque bisogna domandarsi che ruolo avessero autore e vittima nella relazione, quali fossero le loro storie individuali, passando per la tipologia di attaccamento che i due hanno costruito dall’infanzia ed il riscontro che ne hanno avuto nella vita adulta, relazionale e affettiva. Spesso gli autori di efferati delitti a carattere familiare provengono da nuclei “disorganizzati”, in cui cioè si è strutturato un attaccamento disorganizzato: sono nuclei caratterizzati da abusi, maltrattamenti fisici e psicologici e trascuratezza da parte delle figure genitoriali2. La comunicazione è confusa e contraddittoria, fatta di segreti che non devono oltrepassare la porta di casa e caratterizzata da alti livelli di aggressività. In un contesto del genere, un membro della famiglia, il più fragile, potrebbe andare incontro ad una vulnerabilità psicopatologica, causata da processi patogenetici dissociativi.

Il “raptus” potrebbe così tradursi in una alterazione crepuscolare della coscienza, ovvero in un restringimento di campo della coscienza, che si esplica su di un ristretto gruppo di rappresentazioni, idee e sentimenti, mentre il resto viene escluso. Per l’individuo tutto il proprio mondo si è ristretto ad un determinato circolo di idee (ad esempio, la moglie ed i figli sono da ostacolo ad una relazione extraconiugale) ed egli agisce come un automa, capace di distinguere solo funzioni utili al proprio scopo. Questa alterazione può durare pochi minuti e non lasciare ricordi di ciò che è accaduto3 .

 

Da un punto di vista forense questo uso improprio e imprudente del termine genera nel grande pubblico una certa confusione, dovuta principalmente al fatto che viene veicolato l’errato messaggio di “raptus” = incapacità di intendere e volere. In  diritto penale e in psichiatria forense  viene definito “raptus” la carenza di controllo degli impulsi che può essere considerata condizione di momentanea incapacità di intendere e di volere. Da un punto di vista legale, però, non è affatto scontata la presenza (totale o parziale) di una incapacità di intendere e/o di volere: ogni caso deve essere valutato singolarmente ed il gesto deve necessariamente essere figlio di una psicopatologia strutturata ed idonea ad inficiare tali capacità  (art. 88 e 89)4 .

 

Dal punto di vista dei mass media, due tipi di notizie sembrano avere più “appeal” , in termini di ascolti o di copie vendute; due tendenze opposte: al primo tipo appartiene il racconto dell’orrore, in cui un individuo “sano di mente”, vicino alla gran parte dei lettori-ascoltatori, dall’oggi al domani si risveglia killer e stermina la famiglia: un individuo qualunque che si trasforma in mostro. Questo dà l’idea di imprevedibilità della mente umana, in un racconto horror che può spaventare, ma al tempo stesso affascinare, chi legge-ascolta.

Il secondo tipo di racconto, al contrario, associa un disagio psichico/sociale al compimento di un delitto, alimentando oltretutto lo stereotipo del malato di mente pericoloso, da rinchiudere e curare lontano dalla società: si psichiatrizza per semplificazione mediatica.

Burnout, ansia e depressione, infatti, non bastano a spiegare un gesto in cui alla base manca il contatto con la realtà; d’altra parte far passare il messaggio opposto – ovvero che una sindrome psichiatrica comune possa spiegare una strage – aumenterebbe inutilmente il pregiudizio, già alto, nei confronti di chi è affetto da un disturbo mentale, preoccuperà ancor più pazienti e familiari e invoglierà una pratica già molto diffusa: la dissimulazione di malattia5. Come sostiene la psichiatra Anne Skomorowsky: “dobbiamo mettere da parte questo modello dello stress emotivo utilizzato in modo improprio e capire che i problemi psicologici di un individuo si formano in sistemi sociali e non solo nella loro mente”5

 

In uno studio del 2001, un gruppo di ricercatori analizzò un campione di articoli di un quotidiano locale bresciano, per individuare il tipo di informazione veicolata sulla malattia mentale. Attraverso un particolare software fu possibile scomporre i testi in unità di analisi ed ottenere cinque macro aree di significato, di cui due contenevano il maggior numero di articoli: Fatti di cronaca e Termini generici e uso improprio. La prima area fa riferimento a condizioni predisponenti i delitti come litigi ripetuti, relazioni difficili, abuso di sostanze, ossessioni, emulazione-suggestione, disagio sociale. L’impressione è che un atto, anche grave, sia quasi comprensibile in una situazione di disperazione. Il soggetto, in situazioni di deprivazione e disagio mentale, viene considerato lui stesso vittima del contesto. Tra i fattori predisponenti, cioè fra le condizioni preesistenti e che si ritiene abbiano favorito episodi di violenza, vengono indicati con una certa frequenza i disturbi psichici. Molteplici anche i riferimenti a specifiche patologie psichiatriche (Termini generici e uso improprio) quali condizioni favorenti atti criminali: tra queste, la più frequente è la depressione. Per quanto riguarda le motivazioni individuate alla base di atti efferati, si tratta per lo più di argomenti dai contorni piuttosto indistinti e generici e tuttavia proposti quali fattori causali scatenanti. Tra questi, i più frequenti risultano essere il raptus e la follia (o pazzia).6

In ultima analisi, la psichiatra Skomorowsky scrisse, a proposito della tragedia avvenuta nel 2015, in cui il copilota  Andreas Lubitz si uccise, facendo volontariamente precipitare un aereo con altre 149 persone a bordo: “Lubitz non è morto nella tranquillità della sua casa. Ha perfidamente progettato un incidente aereo spettacolare in cui sono morte 150 persone. I pensieri suicidi possono essere un segno di depressione, ma l’uccisione di massa è una bestia di tutt’altro tipo. Usare la parola “depressione” per descrivere un comportamento inspiegabile o violento manda due falsi segnali: primo, che la società non ha nessuna responsabilità per quanto riguarda la nostra felicità, perché l’infelicità è una condizione medica; secondo, che una persona depressa corre il pericolo di compiere atti abominevoli5. La tendenza dei mezzi di informazione a fornire diagnosi psichiatriche sui protagonisti di fatti di cronaca, quando nemmeno gli addetti ai lavori hanno effettuato ipotesi, non offre un buon servizio al pubblico di lettori-ascoltatori. Soffrire di un disturbo mentale non è di per sé una condizione sufficiente per spiegare delitti: dietro ogni epilogo tragico ci sono delle storie, fatte di sofferenza mai affrontata, di segnali di disagio mai colti, su cui parenti e servizi sono intervenuti troppo tardi o non efficacemente. La tanto abusata diagnosi di depressione può giustificare lo sterminio della propria famiglia? Dal punto di vista psicologico e psichiatrico no, eppure questa etichetta diagnostica, come molte altre, serve a spiegare i fatti di cronaca nera in cui ci imbattiamo, caratterizzati quasi sempre da contorni indefiniti. La pseudo diagnosi sembra rendere poi l’individuo avulso dal contesto in cui vive, poiché la malattia è nella sua testa ed essa all’improvviso ha scatenato “il raptus”.

Spesso le persone che varcano la soglia del mio studio hanno fatto proprio lo stigma della malattia mentale, riportando la paura di essere diventati matti, di non riconoscersi più all’improvviso; sono convinti che il problema sia soltanto loro. Ritengo più che mai fondamentale il nostro lavoro di psicologi – psicoterapeuti, in quanto possiamo talvolta abbandonare le etichette diagnostiche e concentrarci sulle storie delle persone che si rivolgono a noi, per far sì che si guardi al cosiddetto “disturbo” in una ottica relazionale e di processo. In tal senso il “raptus” non esiste; esistono piuttosto dei segnali di sofferenza, da cercare nelle relazioni, nella storia di accudimento, in un processo che parte da lontano, all’interno del percorso di vita di una persona e noi psicologi-psicoterapeuti, quando ci è concesso, possiamo avere il privilegio di indagarlo.

 

Bibliografia e sitografia

  1. repubblica.it – Corrado De Rosa, Lubitz e il disagio psichiatrico vissuto come una colpa (Marzo 2015).
  2. Marcon G.- Il reato come fenomeno relazionale – Libreria Universitaria edizioni (2016)
  3. it – P. Scognamiglio, Coscienza e Delirium (2005).
  4. it – F. Iervolino- Il Raptus : cos’è realmente?(2015).
  5. it – A. Skomorowsky, Lubitz e la depressione, andiamoci piano (Marzo 2015).
  6. Magli E., Buizza C., Pioli R. – Malattia mentale e mass-media: una indagine su un quotidiano locale . Recenti progressi in Medicina 95, 6, 2004
Please follow and like us:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *