Rabbia serva delle mie brame, chi è la più infuriata del reame?

fotografia di Francesco Casarin

Il racconto della rabbia è spesso il racconto di una esperienza negativa.  Ho chiesto a molte persone in questi mesi di rispondere ad una domanda apparentemente banale: cos’è per te la rabbia? la risposta molto spesso è stata: “Una emozione negativa”. Se ciò fosse vero, sarebbe meglio non provare rabbia.

Ma se proprio non si hanno alternative, e la rabbia arriva?

Qui il dubbio sorge e sembrano profilarsi due “fazioni” della gestione della rabbia: i “negazionisti” che preferiscono non manifestarla, e i “meglio fuori che dentro” che si concedono lo sfogo.

Ognuna delle due soluzioni ha però un punto in comune, quello di passare dalla paura.
La paura che si avverte nel provare rabbia, o nel vedere e vivere la rabbia degli altri, nelle espressioni, nella voce, nei gesti.
Quindi sono forse molti i fattori che si “mischiano” nella percezione di ciò che chiamiamo rabbia.

Proviamo a fare un po’ di chiarezza.

“Le emozioni sono attivazioni neurofisiologiche transitorie in risposta a eventi di rilievo personale, caratterizzate da particolari vissuti soggettivi e da complesse modifiche biologiche. La capacità di regolare le risposte emotive, quindi i comportamenti, è importante per l’adattamento all’ambiente e la mediazione sociale; avviene una valutazione dello stato emozionale, la selezione dei comportamenti più adeguati, la risoluzione dei conflitti tra stato interno ed esterno e in ultima analisi la rielaborazione dei vissuti emozionali” (la regolazione delle emozioni, Dario Grossi, Luigi Trojano pag. 36).

Cosa gestiamo quindi, l’emozione o il comportamento?

Anche se spesso si ha l’illusione di gestire l’emozione, l’unica possibilità è quella di “scegliere” il comportamento.

Perché non possiamo gestire le emozioni?

La risposta è nel corpo. Impedire al corpo di percepire uno stato emotivo è come smettere di respirare volontariamente. Le emozioni infatti, vengono percepite a livello corporeo, anche se non da tutti allo stesso modo e nella stessa regione.

Quello che incide sul come e dove sentiamo l’emozione, è la nostra storia, la nostra esperienza di vita.  Le emozioni hanno un inizio, una durata e una fine, oltre ad un livello di attivazione che ne definisce l’intensità. Quindi ciò che possiamo gestire è come reagiamo a questo sentire.

Ma il punto fondamentale è che non ci sono emozioni buone o cattive. Le emozioni non hanno una valenza positiva o negativa, ma forniscono sempre delle informazioni.

La questione diventa quindi cosa “fare” di queste informazioni, quello che può avere una valenza funzionale o disfunzionale è solo la regolazione del nostro comportamento.

La rabbia è strettamente connessa all’emozione della paura. La stessa espressione facciale legata all’emozione rimanda infatti ad una strategia difensiva: digrigno i denti per spaventare l’avversario che minaccia il mio territorio.

Ma cosa avviene nel cervello? Si attivano l’amigdala e la sostanza grigia periacqueduttale che, secondo studi recenti, è la sede di mappe che rappresentano il corpo, e in particolare i segnali dolorosi che vengono dalle diverse zone somatiche.

L’attivazione di queste zone ci fa capire quanto la rabbia sia legata alla percezione di un pericolo che minaccia l’integrità fisica dell’organismo.

In realtà quindi, la reazione potrebbe essere anche la fuga, potrei spaventarmi e scappare piuttosto che combattere il pericolo. Sono due i fattori che concorrono alla scelta: la percezione che sia ingiusto ciò che potrei subire, e la percezione di essere abbastanza forte da poter affrontare l’agente minaccioso e quindi iniziare la “lotta”.

Ma l’ingiustizia che percepiamo è solo legata al pericolo di vedere compromessa la nostra integrità fisica?

No.  Il senso di ingiustizia emerge anche quando sentiamo di non riuscire ad essere ciò che realmente siamo, quando ci distanziamo da ciò che vogliamo perché non coincide con le aspettative del mondo esterno.  Aspettative che siamo noi stessi a percepire come dettate dal mondo esterno.

Quando non ci permettiamo di desiderare, perseguire ciò che vogliamo, di dire, fare ed essere quello che sentiamo come lo piacevole prima o poi la rabbia si fa sentire!

Soprattutto in determinati momenti e condizioni di vita in cui l’autocontrollo si abbassa, il senso di profonda ingiustizia, legato al non corrispondere a ciò che riteniamo di essere, ha la meglio.

Il problema è che provare rabbia ed esprimerla spesso non è accettabile, con la conseguenza paradossale di reprimere nuovamente ciò che ci appartiene. Il tentativo di reprimerla costantemente andrà così a buon fine che nel lungo periodo non la riconosceremo più.

Sforzarsi di controllare la rabbia è come tenere in mano un ordigno per poi stringerlo forte tra le braccia sperando che non esploda.

Potrebbe essere interessante negli attacchi di panico, ad esempio, prendere in considerazione non solo l’emozione della paura, ma anche quella della rabbia. Gli elementi che concorrono in un attacco di panico infatti non appartengono solo alla paura, ma si “impastano” con la rabbia.

Spesso alla base del disturbo da attacchi di panico c’è il mancato riconoscimento ed espressione della rabbia e non della paura.

Nel tempo, abbiamo imparato che la rabbia è un’emozione sbagliata, abbiamo appreso che non abbiamo il diritto di esprimerla e non abbiamo il diritto di avere dei bisogni e delle preferenze.

Il timore è che la rabbia sia pericolosa per l’altro, così evitiamo di riconoscerla ed esprimerla tanto da avere paura della nostra stessa immagine “arrabbiata”

La nostra visione della rabbia è legata a quella di un potere distruttivo.

Ma come ogni emozione, la rabbia può essere espressa e soprattutto modulata. La semplice capacità di modularne l’intensità la trasforma in occasione generatrice e costruttiva. La stessa assertività, di cui tanto si parla, è la capacità di farsi valere con la persuasione, orientando le scelte e ottenendo il consenso altrui, è una sana espressione della rabbia.

E quindi forse l’immagine allo specchio che invoca “rabbia, serva delle mie brame” ha un valore generativo, che mette in scena quel bramare che non è altro che il suo significato: «urlare dal desiderio»

La rabbia concorre nel farci sentire in diritto di perseguire il nostro piacere, è “l’urlo” che ci fa dire “voglio”, l’energia vitale che ci fa alzare dopo essere caduti per perseguire i nostri obbiettivi, la lotta per i diritti umani, l’impeto a gridare “io esisto”.

Se ci riconosciamo il diritto di provare piacere, di esistere sciolti dalle briglie delle aspettative altrui, se cerchiamo di comprendere quando per noi qualcosa è spiacevole e ci riconosciamo il diritto di esplicitarlo, non saremo i più infuriati del reame, incatenati in corde soffocanti e spaventanti allo stesso tempo, ma potremmo avere la possibilità di essere i maggiori esploratori del mondo fatto di Piacere.

Bibliografia

– Bottaccioli F., Psiconeuroendocrinoimmunologia, edizioni red, Milano, 2006.

– Castelfranchi C., Che figura. Emozioni e immagine sociale, Il Mulino, Bologna, 2005.

-Damasio A. R., L’errore di Cartesio, ADELPHI, Milano, 1995.

-Matarazzo O., Zammuner V., La regolazione delle emozioni, Il Mulino Bologna.

-Nicoletti R., Rumiati R., I processi cognitivi, Il Mulino, Bologna.

-Panigatti R., Le emozioni parlano, TEA, Milano, 2012.

Sitografia

-http://www.treccani.it/

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *