Storia della psicologia: Origine e sviluppo della psicotecnica

Il primo ad utilizzare il termine psicotecnica fu Theodor Gustav Fechner (1801-1887), definendo le tecniche utilizzate nella ricerca psicofisica. Lo stesso termine fu poi diffuso da William Stern (1871-1938) intorno al 1903, il quale distinse, nell’ambito della psicologia differenziale, la psicognostica o conoscenza psicologica (diagnostica e prognostica) degli uomini, dalla psicotecnica, intesa come una disciplina che suggerisce i mezzi per agire sugli uomini onde raggiungere fini aventi un certo valore[1]. Dopo Stern, diviene di uso comune, nelle riviste e nei libri, scrivere e utilizzare il termine “psicotecnica”.

Nell’ambito della psicologia applicata sarà Hugo Münsterberg ad introdurre nel 1913 il concetto di psicotecnica nell’ambito della psicologia industriale, intendendola come applicazione della psicologia ai problemi della vita pratica per finalità socialmente utili.

Successivamente, il prevalere delle applicazioni pratiche della psicologia in ambito lavorativo, hanno fatto si che lo stesso termine “psicotecnica” si andasse ad incarnare in questo settore disciplinare[2].

Un posto di rilievo è occupato anche dallo psicologo e pedagogista svizzero Edouard Claparède (1873-1940) il quale illustra, nel suo articolo L’orientation professionnelle del 1920, le due finalità alla base dell’area professionale dell’orientamento: aumentare il rendimento del lavoro e selezionare i soggetti adatti per una determinata attività al fine di far risparmiare soldi all’industria e di indirizzare l’individuo verso un ambiente lavorativo più idoneo ai suoi interessi e alle sue esigenze[3].

In un successivo articolo sull’argomento, dal titolo “La technopsychologie”, Claparède affianca, al termine “psicotecnica”, quello di “tecnopsicologia”

La tecnopsicologia era intesa come il ramo operativo della selezione e della formazione professionale finalizzato sia all’adattamento dell’operaio al lavoro che all’adattamento del lavoro all’operaio attraverso la razionalizzazione e l’organizzazione scientifica del mondo industriale, occupandosi anche di fatica e monotonia nel lavoro.

In Italia Il termine “psicotecnica” viene introdotto dallo psicopedagogista Guido Della Valle (1884-1962), nel suo libro Le leggi del lavoro mentale. Secondo questo autore, lo spirito umano, funziona come produttore di lavoro ed è sottoposto ad un sistema di leggi chiamato psicoenergetica, un settore disciplinare di tipo descrittivo, facente parte interamente della psicologia, differente dalla pedagogia in quanto non si propone di determinare in anticipo le finalità valoriali, né i mezzi più vantaggiosi per conseguirle.

Se all’interno di questo settore disciplinare si indaga alla ricerca di una teoria dei fini, vale a dire quando si analizzano le finalità auspicabili del lavoro umano (inteso nella sua accezione più ampia di attività con uno scopo determinato), si sta tracciando una teoria generale dei valori. Si fa riferimento invece alla psicotecnica se si ricerca una teoria dei mezzi[4].

La psicotecnica è quindi, per Della Valle, la scienza sperimentale dei mezzi consigliabili per il conseguimento di un determinato fine, vale a dire la scienza applicata del lavoro mentale occorrente per la realizzazione di un valore, giacchè il lavoro mentale è un mezzo diretto verso un fine[5].

Un altro contributo importante allo sviluppo della psicotecnica lo dobbiamo allo psicologo svizzero Leon Walther che, nel suo libro La technopsychologie du travail industriel del 1926, guarda alla psicotecnica come ad un insieme di metodi per migliorare il lavoro umano.

L’opera di Walther merita di essere ricordata perché influenzò in modo decisivo l’orientamento scolastico e professionale in Italia grazie ai suoi importanti contributi nel settore, i quali vennero tradotti e utilizzati da Alberto Marzi, uno tra i principali studiosi di orientamento[6]. Walther è anche uno dei primi autori impegnati nel tentativo di superare il termine “psicotecnica” per lasciare spazio a quello di “psicologia del lavoro”, tentativo che, nel nostro paese, viene portato avanti da Agostino Gemelli (1878-1959) il quale preferisce usare il termine “psicologia del lavoro umano“, o meglio “applicazione della psicologia allo studio del lavoro umano[7], e da Marzi che, nel 1951, in un articolo intitolato proprio Dalla psicotecnica alla psicologia del lavoro[8] segnala l’importanza di questo cambiamento.

Nel corso dei decenni successivi il termine “psicotecnica” tenderà a sparire, a perdere la sua notorietà e ad essere assimilata nei termini di “psicologia del lavoro”, “psicologia industriale” e “psicologia della produzione”, aree comprese nella psicologia applicata. Gli obiettivi che ci si prefigge sono: curare l’adattamento dell’uomo al suo ambiente di lavoro; selezionare l’uomo più adatto al lavoro; cercare il lavoro più consono alle sue disposizioni individuali, familiari e sociali; aiutare, attraverso un’adeguata istruzione, l’individuo affinché possa scegliere un indirizzo scolastico che lo inserisca adeguatamente nel lavoro che egli desidera svolgere. Le scienze e gli strumenti di cui essa si serve all’interno di quest’area sono: la biotipologia, la fisiologia, l’igiene, la psicologia generale, quella differenziale, quella sociale, i reattivi mentali e attitudinali nonché i colloqui.

La psicotecnica ha rappresentato dunque un sapere eminentemente pratico, spendibile in diversi campi e settori disciplinari per accrescere le conoscenze psicologiche, per mettere in evidenza e misurare le qualità e le attitudini fisiche, fisiologiche e psichiche dell’uomo al fine di orientarlo verso una più adeguata integrazione lavorativa.


[1] Canestrelli L., Meschieri L., (1952), Voci dell’Enciclopedia Medica Italiana, in Contributi psicologici dell’Istituto di Psicologia dell’Università di Roma, Vol. XI Città Universitaria, Roma.

[2] Ibidem

[3] Claparéde E., (1920), L’orientation professionelle, in Journal de Genève, 16 septembre

[4] Lombardo G.P., Pompili A., Mammarella V., Psicologia applicata e del lavoro in Italia. Studi storici, op. cit.

[5] Della Valle G., (1911), Lavoro mentale e pedagogia sperimentale, in Rivista di Psicologia Applicata, Vol. VII.

[6]Novara F., Rozzi R. A., Sarchielli G., (1983), Psicologia del lavoro. Il Mulino, Bologna.

[7] Gemelli A., (1940), Psicologia del lavoro umano. In AA.VV. (a cura di), Il fattore umano del lavoro. Vallardi, Milano.

[8] Marzi A., (1951), Dalla psicotecnica alla psicologia del lavoro, in Tecnica ed Organizzazione, n. 18, Milano.

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