Carteggi di Psicologia
Scuola last minute strategy

Strategia dell’ultimo minuto, scuola e covid-19

Passato, presente e futuro

La “last minute strategy” o “strategia dell’ultimo minuto” è un concetto che non esiste in letteratura. Tuttavia, può esserci utile per riflettere sulla situazione scolastica che abbiamo appena vissuto e su quella che ci attenderà. Proviamo a capire di che si tratta usando un esempio.

Nel 2006 l’Europa sottolineava la necessità di favorire l’apprendimento di competenze digitali, considerandole competenze chiave.

Su carta, in teoria, la richiesta europea è stata rispettata. Dall’anno scolastico 2013/2014, chi conclude la scuola secondaria di primo grado (le ex medie) ha buone competenze digitali, usa con consapevolezza le tecnologie della comunicazione per ricercare e analizzare dati ed informazioni, per distinguere informazioni attendibili da quelle che necessitano di approfondimento, di controllo e di verifica e per interagire con soggetti diversi nel mondo (MIUR, 2012, Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo d’istruzione, p. 16).

In pratica, invece, il tempo del COVID-19 ha dimostrato che molti Docenti e Studenti non possedevano adeguate competenze digitali, anche se le scuole le certificano.

La strategia dell’ultimo minuto, dunque, è questa: un intervento tardivo, rispetto ad un problema, che si risolve con azioni burocratiche e senza considerare il benessere delle comunità, pur influenzandolo. Le soluzioni che nascono da tale strategia tendono ad essere di facciata, per dimostrare di aver fatto qualcosa, e non apportano reali benefici. In modo più o meno consapevole, chi attua questa strategia crea problemi o peggiora quelli esistenti. Il risultato è uno stato di allarme e di emergenza continuo che affatica le persone più del necessario e le fa star male.

Il periodo che abbiamo vissuto è un’ulteriore dimostrazione della strategia dell’ultimo minuto e dei suoi effetti.

Da un punto di vista didattico, relazionale e del carico di lavoro, infatti, la situazione legata al COVID-19 avrebbe sicuramente fatto meno danni la richiesta del 2006 fosse stata realizzata, dimostrando di avere a cuore il benessere di Studenti, loro Familiari, Dirigenti e Docenti. Il COVID-19, innanzitutto, ci ha fatto vedere meglio la trascuratezza che il nostro Paese ha nei confronti della Scuola e le promesse mancate fatte dalla politica ai giovani e alla società.

A parole, l’attuale Ministero dell’Istruzione ha preso le distanze da tutto ciò che riguarda il passato. Nei fatti, invece, sembra che voglia perseverare con la strategia dell’ultimo minuto.

Il lockdown avrebbe giustificato una breve pausa riflessiva, da usare per fare formazione degli adulti e riprogettare con maggiore calma procedure di rientro accoglienti per tutti (insegnanti inclusi). Invece, usando il motto “la scuola non si ferma”, il Ministero ha orientato le scuole ad agire frettolosamente, senza sosta, ancorandole al presente e senza usare il tempo per strutturare una visione progettuale per il futuro. Eppure, nonostante i danni, il COVID-19 ha offerto un’occasione unica nella storia: fermare questo modo di procedere in preda all’emergenza continua. Un modo stressante e disumanizzante che è doloroso per tutti (Studenti e Docenti inclusi).

Purtroppo, questa occasione è stata sprecata. Il risultato è stato un paradosso: moltissimi hanno avuto la sensazione di fare tanto, troppo, sprecando tempo.

Il Ministero stesso ha fatto scuola, dando l’esempio.

La riflessione per la riapertura delle scuole è iniziata solo il 21 aprile, formando un apposito gruppo di esperti per svilupparla e chiedendo alle scuole di attendere le indicazioni. Le indicazioni sono state rese note solo il 26 giugno e, da un punto di vista organizzativo, si traducono in due elementi: chiedendo agli enti locali, stiamo ultimando la creazione di un software (un “cruscotto”) che aiuterà presto le scuole a sapere di quanti metri quadri sono gli edifici e, in base a questi, quanti studenti resteranno tagliati fuori per rispettare il distanziamento (nella conferenza si è parlato di un 15%); per il resto, le scuole si organizzino in modo autonomo, come meglio possono, con gli Enti territoriali.

Fatta eccezione per il software, dunque, si chiede alle scuole di fare ciò che fanno dal 2000.

Se lo si fosse comunicato prima, le scuole avrebbero avuto più tempo per regolarsi, anziché attendere. Inoltre, avrebbero avuto la possibilità di comportarsi come vere comunità, progettando insieme agli studenti e alle loro famiglie, durante il periodo delle lezioni. Ciò sarebbe stato utile anche per ridurre paure e conflitti per il prossimo anno scolastico.

Anche per il futuro, ritroviamo promesse tardive che alimentano la strategia dell’ultimo minuto. Per questo, anche dal prossimo anno scolastico, le scuole dovranno adattarsi ad un nuovo caos organizzativo, coordinandosi con Enti territoriali e, grande novità apprezzabile, gli Ordini degli Psicologi, per riorganizzare i vari aspetti della vita scolastica.

A chi come me ama la scuola, fa male sapere che si poteva fare meglio. Non serviva fare di più. Sarebbe bastato considerare per tempo i bisogni emotivi delle persone, per prevenire affaticamento e malessere cronico.

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