Carteggi di Psicologia
La scuola

Un virus chiamato rigidità

In questi mesi di didattica a distanza, scuola parentale e genitori sotto le scrivanie, abbiamo sperimentato quanto il cambiamento sia così difficile per tutti noi, ma soprattutto quanto sia fonte di panico in un sistema così complesso e statico come la scuola.

La nostra scuola, quella dei corridoi fissati nelle immagini del tempo e nelle menti di almeno tre generazioni, è lì, meravigliosamente istituzionale nelle proprie aule e nelle costruzioni del ventennio, mentre tutto intorno a lei cambia, mettendola alla prova.

Ma questa volta, senza che nessuno ci avvisasse in tempo per un corso di formazione, è toccato anche a noi genitori entrare in contatto con le contraddizioni e le mille possibilità della scuola italiana.

Ed ecco che tra una chat di gruppo e una applicazione da togliere il sonno al più smaliziato degli hacker, ci siamo resi conto che la nostra unica salvezza erano loro, le insegnanti.

E così è stato.

La storia è questa: da un giorno all’altro la scuola si è trovata ad essere una idea.

Mi spiego meglio. Nel momento in cui ogni giorno lascio il mio amato piccolo studente delle elementari (non dirò primaria, perché rivendico la mia personale resistenza al cambiamento) all’ingresso della scuola, sento di aver compiuto un piccolo rituale sociale in cui tutti noi facciamo il nostro dovere: lui studia, io lavoro.

In questo meccanismo ben oliato di parcheggi in seconda fila, in fin dei conti mi sento confortata dalla staticità dell’istituzione, in cui ripongo una ragionevole fiducia e che mi limito a criticare di tanto in tanto, quando ho a che fare con la segreteria d’istituto.

Insomma io e la scuola ci conoscevamo a vicenda e tutto andava bene. Poi la crisi. La scuola mi è entrata in casa e costretti ad una convivenza forzata abbiamo capito di non conoscerci poi tanto.

Così il luogo scuola è diventato l’idea di scuola.

Devo essere onesta, nonostante le imprecazioni iniziali, è stato un viaggio inaspettato nel significato più profondo dell’istituzione scolastica. Mi sono ritrovata in una comunità capace di essere presente nell’assenza, in un luogo umano di solidarietà e scambio.

Non credevo che lo avrei mai detto, ma la chat dei genitori è diventata in questi mesi un riferimento importante per affrontare paure, dubbi e crisi.

Sì, la crisi inevitabile che qualsiasi figlio si trova a fronteggiare quando si trova nel proprio personalissimo ambiente con un genitore in ipervigilanza (a meno che non vogliamo far finta di nulla su quel sottile filo di ansia che ci ha invaso durante le videolezioni di fronte ai silenzi infiniti dei nostri pargoli).

Beh io queste crisi le ho vissute e senza i miei “compagni di chat scolastica” e le maestre probabilmente non avrei saputo ridimensionarle.

E proprio loro, le maestre, sono state la risorsa fondamentale per contenere la nostra invasione di campo, riuscendo a restituire ai bambini il ruolo di protagonisti dello spazio scolastico.

Una risorsa che si è dovuta riorganizzare, mettere in discussione, evolvere, perché la verità è che se la mia esperienza è stata così positiva, è solo grazia alla volontà dei singoli, che hanno messo da parte le abitudini e le “comodità” per trasformare il proprio lavoro con creatività e umanità.

La più importante delle “lezioni” che tutti noi abbiamo appreso è che esiste un solo modo per tenere i bambini in una relazione di apprendimento, un modo che non ha bisogno di luoghi deputati o di orari prestabiliti, un luogo che si chiama curiosità.

Qui puoi leggere l’esperienza di un’insegnante della scuola primaria
Qui puoi leggere anche il punto di vista di un insegnante delle scuole superiori.

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