Un’analogia tra fotografo e psicoterapeuta

Foto Con-Tatto                 Foto Con-Fine

Autori: C. Mastromarino, M. Di NardoC. Cori

Cosa accadrebbe se provassimo a raccontare il lavoro dello psicoterapeuta con il paziente utilizzando come metafora l’operato del fotografo? è la domanda che ci siamo poste ragionando sul nostro lavoro di terapeute ed il lavoro di fotografo svolto da Cristina. L’occhio del terapeuta come l’obiettivo del fotografo. Così come il fotografo gioca con la vicinanza e la lontananza attraverso lo zoom, così il terapeuta utilizza il concetto di confine (lontananza) e di contatto (vicinanza) per modulare il lavoro con il paziente.

Per provare a spiegare meglio questo parallelismo, dobbiamo fare una piccola introduzione sulla teoria a cui facciamo riferimento, in modo che il lettore non esperto possa seguire il discorso (gli psicologi possono passare direttamente al paragrafo successivo).

LA TEORIA DELL’ATTACCAMENTO IN PSICOLOGIA

La percezione del contatto e del confine può essere spiegata dalla Teoria dell’Attaccamento formulata da Bowlby. Per l’autore, l’attaccamento è una tendenza innata che garantisce una “base sicura” dalla quale il bambino può allontanarsi e fare ritorno per esplorare il mondo esterno e con esso relazionarsi. Grazie ad essa il bambino strutturerà delle rappresentazioni di sé e delle figure di attaccamento (MOI) che si differenzieranno a seconda dell’esperienza e che potranno essere organizzate in un pattern sicuro, ansioso resistente, ambivalente e disorganizzato-disorientato (Bowlby; 1973).

La Teoria dell’Attaccamento, quindi, spiega come un individuo struttura, ricerca, mantiene e interrompe una “prossimità” nei confronti di un altro.

Analizziamo ora alcune tecniche fotografiche che metteremo in confronto con quelle terapeutiche, nell’ottica del rapporto osservatore-osservato (o terapeuta-paziente).

LA LUCE

Per registrare l’esposizione, ovvero la quantità di luce che raggiunge il materiale impressionabile (che nel digitale è il sensore, mentre nell’analogico è la pellicola), la fotocamera si serve di due dispositivi: diaframma e otturatore. Il diaframma è la fessura dentro la quale passa la luce. Per regolare l’intensità della luce bisogna aprire più o meno il diaframma. L’otturatore è quella parte della fotocamera che controlla il tempo di esposizione. Il sensore o la pellicola viene esposto alla luce per un determinato tempo che è il fotografo a decidere. L’equilibrio tra questi due fattori, diaframma ed otturatore, permette di regolare l’esposizione, ovvero la quantità di luce che raggiunge il materiale impressionabile.

Una cosa simile avviene anche in terapia. Già dal primo incontro, guardiamo e osserviamo il paziente facendo delle ipotesi, prestando attenzione a determinate informazioni piuttosto che ad altre, proprio come se stessimo utilizzando il diaframma. Allo stesso tempo, però, utilizziamo anche l’otturatore, decidiamo cioè la quantità di tempo da dedicare ad un argomento o ad un obiettivo per facilitare la comprensione, la conoscenza e la percezione di sé da parte del paziente. 

Per raggiungere un’esposizione ottimale è fondamentale quindi utilizzare la “Legge della Reciprocità”, ovvero il giusto rapporto tra i due fattori. 

Riprendendo un lavoro di vari autori, “la configurazione di reciprocità” è un comportamento “che va e che viene” e che sussiste in modo analogo tra due o più soggetti  in quanto “espressione della connessione (della relazione)”.  E ancora “Nelle specie Homo sapiens sapiens possiamo osservare lo stabilirsi di un sistema molto complesso di reciprocità che partendo dai gesti e dagli atteggiamenti corporei e con l’attivazione degli schemi emozionali senso-motori e dei modelli operativi, arriva alla costruzione di significati personali […] che non è detto siano identici, ma è essenziale che siano compatibili […]”(Fenelli et al.; 2011).

LA COMPOSIZIONE DELL’INQUADRATURA

Per capire perché ci piace o meno un’immagine bisogna innanzitutto comprendere come funziona il meccanismo della percezione, ovvero quali stimoli il nostro cervello cerca quando guida l’occhio nell’osservazione. Innanzitutto è bene tenere presente che l’occhio umano è curioso e pigro allo stesso tempo.

Le tecniche di composizione dell’inquadratura sono numerose, ne saranno prese in considerazione solo alcune.

La composizione è organizzazione, ovvero è quella disciplina che si occupa di ordinare gli elementi grafici all’interno dell’inquadratura. Uno di questi elementi è chiamato “punto”. Per punto si intende il soggetto principale o comunque l’elemento di interesse della foto.

Per rendere interessante l’inquadratura, generalmente in fotografia si tende a decentrare il punto. Porlo al centro dell’immagine renderebbe la foto troppo “scontata” e quindi noiosa e priva di interesse. Il fotografo quindi predilige la decentralizzazione del soggetto e si serve di altri elementi (come delle linee, una strada, una scia, uno sguardo, una freccia, etc), per orientare l’attenzione dell’osservatore verso il punto in questione. In questo modo è il fotografo, grazie a una sapiente sintesi di elementi grafici, a “dirigere il gioco”.

In terapia, d’altra parte, si utilizza la ”auto-osservazione” (Guidano; 1992, 2007). Ci si concentra su un punto o su un fotogramma che il paziente ha visto e memorizzato e si procede per “zoom in” e “zoom out”. Si lavora ponendo l’attenzione su un evento e sul suo specifico significato, per mettere al centro le sensazioni e le emozioni che vengono esperite dalla persona. Si restituisce al paziente la personale inquadratura, si effettua una lettura che esplicita un significato personale e che permette il mantenimento di una coerenza interna. Permettendo una costante e profonda validazione dell’esperienza interna del soggetto (Lambruschi; 2011). Allenare la persona a fare l’auto-osservazione, quindi realizzare “la moviola” in terapia, concede al paziente la possibilità di inquadrare la sua sofferenza nella globalità del suo essere. È come se l’evento riportato diventasse un’immagine e quindi una fotografia che trasforma un insieme disordinato di elementi in un insieme ordinato (Cionini; 2014).

LA NATURALEZZA

Per una buona riuscita della foto è indispensabile lavorare sul tipo di approccio tra l’osservatore, ovvero il fotografo, e l’osservato. Questo implica che chi sta dietro alla fotocamera deve instaurare un buon rapporto con colui che verrà fotografato. Tanto più il soggetto apparirà naturale tanto più l’immagine sarà riuscita.

In terapia qualsiasi procedura va considerata come un “atto relazionale” (Safran, Muran & Proskurov; 2009) e la sua maggiore o minore efficacia va necessariamente ben oltre la sua“corretta esecuzione”, poiché dipende dalle modalità relazionali con le quali viene posta in atto, ovvero dalla qualità degli scambi diadici tra paziente e terapeuta e dai significati impliciti che si scambiano.

In terapia non è il “fare” una determinata cosa che produce un determinato effetto, ma è l’effetto che viene a legarsi al significato – prevalentemente implicito – che quell’atto assume all’interno della comunicazione, nella diade paziente-terapeuta (Cionini; 2014). Questo significa che, anche quando si pensa che quello che stiamo dicendo è parlare del più o del meno o parlare di un qualcosa che sembri non rientrare nella terapia, in quel momento stiamo costruendo la relazione, stiamo dedicando del tempo all’interno del nostro setting terapeutico per strutturare un legame, una cooperazione tra paziente e terapeuta. Proprio grazie a questo elemento, che possiamo chiamare alleanza, può avvenire una comunicazione implicita del tipo: “ci sono, sono presente, ti sto ascoltando e ti sto accogliendo, ti puoi fidare di me”.

“La persona, grazie al contatto e con le sue strutture interne e le sue modalità di funzionamento, incontra tutto quello che ‘non è Io’ e  crea un ‘Tu’ che in alcuni casi diventa un ‘Noi’.

L’individuo per strutturasi ha bisogno di una relazione, necessita di un altro, di un ‘Tu’  per appoggiarsi, esplorare e, una volta acquisita la sicurezza, differenziarsi. […] La giusta distanza dall’altro facilita l’espressione dell’individuo stesso e permette la presenza del ‘Tu’  e/o del mondo esterno. […]  Consapevole dei propri bisogni emotivi, la persona diventa conduttore e primo attore delle sue azioni e delle sue relazioni interpersonali (Mastromarino, Di Nardo; 2018).

CONCLUSIONE

Con la fotografia come nella relazione terapeutica si ha la possibilità di delineare il territorio interiore, un luogo di coabitazione di parti diverse di ogni personalità, area di contatto nelle relazioni e diaframma dai contorni incerti dove è possibile leggere ciò che altrimenti è indecifrabile.

Sui confini, si incontrano e si scontrano mondi diversi, e si ha la possibilità di stabilire un contatto.  La comunicazione – e la comunicazione visiva – si presenta in questo caso come ulteriore interfaccia, confine tra i confini, contatto tra i contatti, luogo di contatto tra gli attori in gioco nella relazione. (1)

Bibliografia

  1. https://fsc.unisal.it/index.php/notizie/news-fsc/660-la-fotografia-per-riconoscere-il-confine
  2. Silvia Mazzucchelli http://www.doppiozero.com/materiali/la-pelle-delle-immagini

Bowlby J. (1973), Attachment and loss. II: Anxiety and Anger, Hogarth Press, London (trad. it. La separazione dalla madre, Boringhieri, Torino, 1975)

Cionini L., La persona del terapeuta come strumento del cambiamento: implicazioni per il processo formativo. Costruttivismi, 1: 28-32, 2014.

Fenelli A., Volpi C., Guarracino E., Galli V., EspositoM., Il ruolo della reciprocità nella costruzione dei legami e come chiave di lettura dei processi relazionali.  Rivista di Psichiatria, 2011, 46, 5-6.

Guidano V. F., The self in process, New York: Guilford Press, 1991. trad. it. Il sé nel suo divenire, Torino: Bollati Boringhieri, 1992.

Guidano V. F, Psicoterapiacognitiva post-razionalista. Una ricognizione dalla teoria alla clinica,Milano: Franco Angeli, 2007.

Lambruschi F., Le Emozioni in Moviola in Lavorare con le Emozioni, Atti del XII Convegno di Psicologia e Psicopatologia Post-Razionalista e Presentazione del Progetto UE Health 25 Health Promotion for Disadvantages Youth Ancona 20 Maggio 2011.

Mastromarino C., Di Nardo M., http://www.koinoneo.it/con-tatto-e-con-fine 2018.

Safran J. D., Muran J. C.  & Proskurov B.,  Alliance, negotiation, and rupture resolution. In R. A. Levy, & J. S. Ablon (Eds.), Handbook of evidence-based psychodynamic psychotherapy New York: Humana Press/Springer 2009 (pp. 201-225).

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