Verso una nuova idea di maternità

Nella mia esperienza lavorativa, in comunità psichiatrica per adolescenti e adulti e in casa famiglia per bambini dai zero ai tre anni, ho potuto osservare da vicino come i legami precoci che il bambino instaura con la figura di riferimento, in particolare con la madre, e con la rete sociale intorno siano fondamentali per la sua crescita. Le interazioni precoci tra i genitori e il proprio figlio sono vitali per costruire quella base sicura che permetterà a quest’ultimo di esplorare il mondo sapendo rispondere adeguatamente agli eventi e costruendo relazioni sane intorno a sé.

Troppo spesso in questo periodo insorgono difficoltà più o meno intense e durevoli nel tempo, su uno spettro che va dalla normale stanchezza e senso di inadeguatezza, che spesso coglie le donne in questa fase, alla “depressione post partum” che è una vera e propria patologia.

Infatti, il periodo dopo il parto è una fase speciale della vita della donna e del bambino che coinvolge aspetti personali e sociali. E’ caratterizzato da forti emozioni, cambiamenti fisici importanti e mutamenti nelle relazioni interpersonali; coincide con un passaggio brusco dalle fantasie elaborate durante la gravidanza all’impatto con una realtà ben diversa dalle aspettative; si acquisisce un nuovo ruolo, specialmente nelle donne alla prima esperienza. Anche la coppia si appresta a subire un cambiamento notevole, una modificazione negli equilibri interni che si stava preparando durante l’attesa. Tutto questo richiede buone capacità di adattamento da parte dei genitori e in particolare della donna, che si ritrova a dover affrontare molti cambiamenti contemporaneamente. Sarebbe quindi auspicabile ricevere un sostegno pratico ed emotivo.

Questi profondi cambiamenti descrivono un periodo di estrema vulnerabilità per la neomamma, nella quale possono generarsi sentimenti di inadeguatezza tali da mandare in frantumi l’idea che si era costruita del momento che sta vivendo e quindi anche la percezione di sé come mamma, provocando spesso sentimenti di sfiducia, stanchezza, rabbia e impotenza. Soprattutto nei primi giorni successivi al rientro a casa, è facile sentirsi preda dei sensi di colpa che nascono dal timore di non essere all’altezza dei compiti che il nuovo ruolo di mamma richiede. I servizi sociosanitari avrebbero gli strumenti per fornire un buon sostegno alla nuova famiglia, tuttavia spesso l’assistenza si focalizza su gravidanza e parto, lasciando invece il periodo del puerperio povero di attenzioni.

La relazione genitore-bambino è l’elemento cardine dello sviluppo sociale, emozionale e cognitivo ottimale dell’uomo (Sroufe et al., 2005), sostenuta dai processi biologici della gravidanza, del parto e dell’allattamento. Il processo di costruzione del legame madre-bambino, fondamentale tanto per la  madre quanto per il bambino, può essere condizionato dal vissuto della mamma e dal suo modo di rapportarsi al bambino. Diverse ricerche in questo ambito hanno evidenziato come le capacità del genitore di interpretare i segnali provenienti dal bambino e di fornirvi un’adeguata risposta abbiano un effetto mediatore sullo sviluppo; quindi modalità relazionali inadeguate e risposte incongrue o deficitarie hanno per contro effetti patogeni (Brisch,, 2007).

Allo scopo di sostenere la mamma nel percorso che conduce alla maternità e favorire un’interazione precoce mamma-bambino adeguata, negli ultimi venti anni sono state istituite norme e iniziative. Un esempio è la Baby Friendly Hospital Initiative – BFHI (in italiano, Iniziativa Ospedali amici dei bambini) nata nel 1992, che fa parte di quei programmi internazionali che aiutano i servizi sanitari a migliorare le pratiche assistenziali, rendendo protagonisti i genitori e sostenendoli nelle scelte per l’alimentazione e la cura dei propri bambini. Le strutture sanitarie interessate a ottenere questo riconoscimento devono seguire gli Standard per le Buone Pratiche per gli Ospedali, quali la conquista da parte di tutto il personale di una mentalità che pone al centro della propria attenzione la coppia mamma-bambino, i padri, la famiglia intorno a loro, nel segno della concreta applicazione dei diritti dell’infanzia promossi dall’UNICEF; una formazione adeguata degli operatori e il miglioramento delle routines assistenziali. Sono incluse anche la promozione dell’allattamento al seno e del rooming-in.

In Italia il piano sanitario nazionale 2006-2008 sulla “tutela dei diritti della partoriente, la promozione del parto fisiologico e la salvaguardia della salute del neonato” all’articolo 2 punto 3 recita “il neonato in salute deve restare con la madre ogni volta che le condizioni di salute di entrambi lo permettano; nessun processo di osservazione della salute del neonato giustifica la separazione dalla madre” e al 3.o afferma che “si deve promuovere immediatamente l’inizio dell’allattamento, anche prima che la donna lasci la sala parto”.

Tuttavia, se da un lato vi è una crescente sensibilità verso il puerperio come periodo sensibile per la diade mamma-bambino e vengono, pertanto, proposti interventi che tentano di preservarne l’unione inscindibile, dall’altro vi sono proposte in totale contrasto. Molte pratiche ospedaliere – quali la separazione del bambino senza un precoce contatto fisico con la madre subito dopo la nascita e l’aggiunta di latte artificiale a dispetto di quello materno – sono basate sull’assunzione falsa che i bambini non esperiscano emozioni, che i loro pianti e sorrisi siano semplicemente riflessi primitivi, liberi da connotazioni affettive e che la relazione mamma-bambino sia di secondaria importanza. Oramai è certo che i neonati percepiscono intensamente i propri vissuti emotivi, sebbene esclusivamente sul piano di immediatezza, con una elaborazione cognitiva semplice (Panksepp, 2001).

Quindi, i neonati sono in grado di rispondere affettivamente a chi si prende cura di loro interagendo con essi e modellando così i propri stili relazionali.

Alla luce di quanto detto finora, seguendo le iniziative proposte dall’UNICEF, molti ospedali hanno modificato l’organizzazione interna dei reparti di ostetricia, inserendo tra le diverse pratiche anche il rooming-in.

Il rooming-in consiste nel tenere la mamma e il bambino nella stessa stanza per tutto il periodo della degenza. Ovviamente, prevede il sostegno da parte delle figure professionali di reparto che dovrebbero considerare mamma e bambino come una diade inscindibile. Questa pratica promuove il contatto continuato tra mamma e bambino e l’allattamento al seno a richiesta del bambino. Sostiene la relazione tra i due individui che da subito si sperimentano nel rapporto e possono iniziare a conoscersi. Dagli studi è emerso che i bambini che rimangono in stanza con la mamma durante la degenza piangono di meno, sono più calmi e crescono sistematicamente di più di quelli che vengono affidati al nido del reparto (Crenshaw, 2004).

Il roaming-in nasce dall’idea che una stretta vicinanza tra mamma bambino, in special modo il contatto pelle a pelle e l’allattamento al seno subito dopo il parto e nei primi giorni di vita del bambino, promuova la costruzione della relazione tra loro.

Quindi ormai è riconosciuta a livello internazionale l’importanza di interventi in favore della relazione precoce tra figura di riferimento e bambino, in particolar modo per sostenere le coppie al fine di scoprire il loro nuovo ruolo di genitori. Aiutare una donna che deve affrontare un parto o ha appena partorito significa soprattutto aiutarla a riconoscere la sua istintiva conoscenza e le sue innate abilità di madre, senza mai dirle o farle capire che non è in grado di sostenere il suo ruolo. Quindi starle accanto, offrirle un supporto senza intrudere nel suo spazio d’azione, ascoltarla e comprenderla nelle sue difficoltà, condividendo un momento di grande pregnanza emotiva.

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2 commenti su “Verso una nuova idea di maternità”

    • Flavia Sallusti