Andare oltre

Andare oltre. Riflessioni sul testo di Niccolò Fabi

Anni fa avevo raccontato un testo di Niccolò Fabi che mi aveva colpito particolarmente (vince chi molla). Ero partito dall’effetto che aveva avuto su di me, senza l’idea che la mia interpretazione fosse giusta o sbagliata, semplicemente era la mia, condivisibile o meno.

Allora mi colpì il suo modo di raccontare il “lasciar andare”. Ci sono dei momenti della vita in cui abbiamo la sensazione, vera o presunta, di aver perso tutto, l’unica cosa che ci rimane è la sofferenza e ci aggrappiamo a quella perché è nostra, perché ci è famigliare. Il rischio chiaramente è di rimanere incastrati. Non è facile accettare che la sofferenza sia parte di noi, siano le nostre emozioni che lavorano per farci superare un momento complicato, una situazione difficile, che ci guidano verso l’uscita. Se ci aggrappiamo ad esse o le combattiamo, perdono la loro funzione evolutiva. Se vogliamo stare meglio, dobbiamo smettere di trattenere o di combattere, ma lasciare che le emozioni svolgano il loro compito e ci aiutino.

Il nuovo testo di Fabi è un nuovo passaggio di sofferenza, sembra il racconto di una fase successiva, dopo aver “mollato la presa”, si può andare oltre. “Andare oltre” è proprio il titolo della nuova canzone.

L’autore ci racconta della fine di una relazione, o meglio, di ciò che succede dopo la fine di una relazione, quando, superato il momento introspettivo, proviamo ad agire, a riaprirci all’esterno, ai rapporti sociali.

Curioso quello che avviene in questa fase, siamo spinti ad andare avanti, ma abbiamo paura di tornare indietro, riprendiamo vecchi comportamenti, ma siamo impacciati, disabituati, distanti. Quando finisce una relazione, sarebbe interessante capire se andiamo avanti o torniamo indietro.

E poi ricominciare da capo
ad uscire la sera
a comprarsi i vestiti
ai rituali dei corteggiamenti
agli inviti a cena nei ristoranti
alla paura di restare a casa
a volere piacere
a mascherare il dolore.

Leggo tra le righe un senso di solitudine che spinge ad uscire, ad incontrare persone, a riprendere quei rituali di corteggiamento che spaventano perché c’è la voglia di piacere e la paura di non piacere. Ma ricominciamo, ci rimettiamo in gioco. L’ho visto fare tante volte, mi è stato raccontato tante volte in fasi diverse della vita delle persone. In ogni fase la sofferenza per la perdita, le frasi che si utilizzano per descriverla, le forti attivazioni emotive vissute, hanno tanti aspetti in comune. Diverso è il modo di affrontarle, cambia da persona a persona, cambia a seconda dell’età, a seconda di quanto ci sentiamo o meno capaci di confrontarci nuovamente con il mondo esterno, come se la relazione di coppia fungesse in qualche modo da base sicura, da spazio altro, da sistema a sé.

Continuando a raccontare Fabi ci porta al momento in cui si conosce un’altra persona, ci piace qualcuno. Che succede a quel punto?

E poi aprirsi di notte in un letto
entrare in un corpo diverso
un sonno leggero
con un estraneo al tuo fianco
e quel pensiero dopo il risveglio
che ti accompagna mentre scendi le scale
sarà una stella cadente
o una storia per sempre?

Un nuovo momento di intimità con un’altra persona, aprirsi, scoprirsi ed entrare in contatto. L’altro però è un estraneo, non lo conosciamo e non sappiamo cosa aspettarci da lui, non sappiamo se nascerà una nuova storia o è solo un passaggio rapido. Non ci fidiamo, non possiamo lasciarci andare, manteniamo uno stato di allerta e di nuovo sentiamo la distanza e la solitudine. Il pensiero torna al passato, alla relazione che ci dava sicurezza, a quella che pensavamo non potesse finire e pensiamo a quello che abbiamo o non abbiamo fatto.

Tu mi perdonerai mai?
Sì che mi perdonerai
Tu mi perdonerai mai?
Sì che mi perdonerai.

Se l’incontro non è la storia di una sera, ma va avanti, aumenta il nostro bisogno di costruire la relazione, di ricostruire quel senso di vicinanza che non ci fa sentire soli e ci si comincia a raccontare. Ci si conosce, si condivide con l’altro il nostro passato, il nostro presente e le nostre speranze future. Si comincia a costruire una narrazione condivisa e si cercano nell’altro le esperienze simili alle nostre, per potersi riconoscere.

E poi raccontarsi di nuovo
le vacanze d’infanzia
Gli amori passati,
i film preferiti
e i traumi subiti
Ma la vita è ormai lunga
come le sue complicazioni
le strutture mentali,
i doveri e le cicatrici.

Il racconto ha anche una funzione catartica, ci fa star meglio e forse pensiamo che, raccontando quello che ci fa star bene e ciò che ci fa soffrire, potremmo evitare di compiere gli stessi “errori” del passato. Il racconto così avvicina, fa si che lo spazio ed il tempo siano condivisi e ci si possa guardare oltre le barriere, non più come estranei, ma come persone che hanno qualcosa da condividere. E l’altro diventa qualcuno con cui poter nuovamente affrontare gioie e sofferenze, dal quale sentirsi spinto ad reagire, ad andare avanti.

Permettere a un altro
di occupare il nostro spazio
e di guardarlo da dentro
dentro i confronti e le sostituzioni
Un altro che vive con i nostri fantasmi
e che ci spinge verso il futuro
sfida il nostro equilibrio
e ci toglie il respiro.

A questo punto il passato torna a bussare, a ricordarci ciò che è successo, questa volta non più rivolto alla persona con cui eravamo, ma a noi stessi, alla possibilità di “perdonare i nostri errori”, le scelte fatte e poter riprovare a fidarci di noi stessi e dell’altro. E andare avanti è una spinta alla vita, ma anche la condanna ad affrontare di nuovo la ciclicità del mondo, in cui la nascita e la morte riguarda anche le nostre relazioni.

E intanto sono già al di là del ponte
La mia condanna lo sai è andare oltre
Andare oltre.

Forse uscire dalla fantasia che una relazione duri per sempre, ci può aiutare anche a costruire relazioni più stabili, perché saremo più disposti ad accettare che le cose possano non andare sempre bene e soprattutto non siano scontate, vanno costruite passo dopo passo.

La cosa che mi colpisce sempre delle canzoni è l’interpretazione che soggettivamente gli diamo. Parlando di questa canzone con un amico, ho scoperto che lui dava un significato diverso al “tu mi perdonerai”, riportando il tutto al perdonare sé stessi. Poi, ascoltando un’intervista che l’autore ha fatto con Tlon, ho scoperto che lui stesso ha dato due interpretazioni diverse alla sua canzone, prima e dopo un lutto. La separazione ha tanti significati e tante sfumature.

Ci sono alcune canzoni che hanno tanti livelli di lettura e, quando non le cristallizziamo associandole a momenti specifici della nostra vita, riascoltandole a distanza di anni cambiano, si trasformano, si arricchiscono delle esperienze che abbiamo fatto nel frattempo. Alcune canzoni non sono statiche, ma mutevoli.

Se non lo avete ancora fatto, prendetevi un momento per ascoltare il brano. Se lo avete già fatto, prendetevi un momento per riascoltarlo, poi nei commenti raccontate se vi va il vostro punto di vista.

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