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obbedienza cieca

Autorità ed obbedienza. Qual è la nostra tendenza ad obbedire agli ordini? L’esperimento di Milgram

pubblicato anche su AGR

Raccontando dell’esperimento del carcere di Stanford (nasciamo buoni o cattivi), mi è tornata la curiosità di leggere e rivedere altri vecchi esperimenti di psicologia sociale legati al tema dell’obbedienza all’autorità. Sono tornato a curiosare in quel filone di studi sull’obbedienza così detta distruttiva, quel comportamento umano a prestare obbedienza anche ad ordini che possono ledere le persone o le cose.

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Ci sono tanti esempi nella storia recente di situazioni in cui le persone hanno obbedito ad ordini che portavano a comportamenti dannosi per altre persone, compiute anche da chi si considerava contrario alla violenza ed alla sopraffazione.

Cos’è che spinge le persone ad obbedire ad ordini che vanno contro la propria morale o le proprie convinzioni?

Nel 1965 Stanley Milgram prova a dare una risposta a questo quesito, struttura un articolato progetto di ricerca presso l’Università di Yale. Ad un gruppo di soggetti fu proposto, dietro compenso, di partecipare ad una ricerca. Ai partecipanti veniva spiegato che l’esperimento in cui erano coinvolti aveva lo scopo di testare gli effetti prodotti dalle punizioni sull’apprendimento umano.

Il soggetto partecipante ricopriva i panni di un esaminatore, mentre un altro impersonava l’allievo e doveva rispondere ad una serie di domande. Ogni volta che l’allievo compiva un errore l’esaminatore avrebbe dovuto punirlo con una scarica elettrica. Il pannello di controllo delle scariche elettriche era composto da una serie di trenta pulsanti che rilasciavano scosse elettriche intensità sempre maggiore, classificate da “shock leggero” a “shock estremamente pericoloso”.

L’allievo non era un vero partecipante all’esperimento, ma un attore e le scosse elettriche non erano reali, ma il mal capitato esaminatore che doveva manovrare il pannello di controllo ne era all’oscuro.

Per ogni errore l’esaminatore era incaricato di alzare l’intensità della scossa elettrica, fino al limite estremo. La domanda che si ponevano i ricercatori era: “le persone arriveranno a dare scosse elettriche contrassegnate come shock estremamente pericoloso o si opporranno?”. All’allievo/attore veniva data indicazione di simulare un livello di sofferenza sempre più alto, fino a dimenarsi, inveire, battere i pugni e gridare “basta!”. La regola per l’esaminatore imponeva invece che si eseguissero esattamente le indicazioni dello sperimentatore, il quale si mostrava intransigente e pronto a punire ogni tentativo di sottrarsi al compito dato.

Milgram si aspettava che solo persone con disturbo di personalità avrebbero eseguito gli ordini, ma nella maggior parte dei casi si sarebbero opposti fermamente alle richieste.

I risultati non furono così rosei, tutt’altro, il 62% delle persone fu completamente obbediente alle richieste fatte.  Certo chi obbediva non si muoveva con leggerezza, mostrava segni di agitazione di crescente angoscia, qualcuno si scontrava verbalmente con lo sperimentatore, ma alla fine obbedivano.

Le conclusioni di questo esperimento furono drammatiche, confermarono un timore sottostante già messo in luce nella prima metà di quel secolo dai regimi totalitaristi. Le persone tendono ad obbedire all’autorità, a non opporre resistenza anche quando in totale disaccordo, quando pensano che l’autorità sia in torto o sia brutale.

Dopo questi primi risultati Milgram volle concentrarsi non tanto su ciò che aveva spinto i partecipanti ad obbedire, ma su cosa avesse permesso all’altro 38% delle persone coinvolte di opporsi, di disobbedire, per capire come creare degli “antidoti” all’obbedienza cieca. Ne venne fuori che ci sono alcuni fattori che possono ridurre questa tendenza.

Quattro fattori significativi in relazione all’obbedienza cieca.

  1. La legittimazione dell’autorità. Più le richieste vengono attribuite ad autorità più alte su un piano gerarchico, più le persone sono disposte ad obbedire. Nel caso dell’esperimento di Milgram, gli sperimentatori erano associati all’Università di Yale, il prestigio e l’autorevolezza dell’Università veniva così attribuita anche a loro e contribuiva a legittimare le loro richiesta. Una visione più critica e meno assolutista dell’autorità può contribuire alla rottura di tale legame.
  2. La vicinanza della vittima. Fattore più forte in termini di inibizione all’obbedienza. Gli sperimentatori dimostrarono che maggiore è la vicinanza fisica con la vittima, maggiore è la probabilità di disobbedienza. Un’eccessiva lontananza non permette la compartecipazione al dolore, riduce l’empatia.
  3. la vicinanza dell’autorità. Specularmente al punto precedente, maggiore è la distanza fisica dall’autorità, più cresceva la resistenza all’obbedienza, con l’idea di non essere scoperti e di mascherare la risposta.
  4. Caratteristiche personali dei soggetti. le persone più inclini ad obbedire mostrano una tendenza a vedere la “vittima” come responsabile di ciò che le accade, quindi meritevole di una punizione. Di conseguenza si sentono meno responsabili delle proprie azioni. Al contrario, le persone che risultano maggiormente restie ad obbedire appaiono anche meno inclini all’autoritarismo e mostrano minore capacità di pensiero critico.

E’ facile vedere come queste ricerche possano permetterci di leggere tante situazioni e tanti contesti diversi, dai grandi sistemi nazionali alle piccole realtà territoriali, l’obbedienza cieca può essere presente anche all’interno di piccoli gruppi di persone. Nello stesso tempo però questi studi ci permettono di tracciare anche una strada che permetta di contrastare i rischi che questi comportamenti presentano.

La conoscenza dell’altro, la costruzione di un senso di vicinanza, i momenti di incontro tra realtà diverse sono tutte azioni che possono diventare antidoti sociali alla tendenza all’autoritarismo ed all’obbedienza acritica che le persone mostrano di poter avere.

Progetti di educazione alla diversità e spazi di incontro e confronto tra realtà diverse, portano ad aumentare la vicinanza tra le persone e tra i popoli, riducendo i rischi di derive autoritarie e violente.

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