Carteggi di Psicologia

Racconti sul Cantiere Costruttivista

Come hai vissuto questo VI Cantiere Costruttivista?

Questa digressione, che segue l’articolo sul Cantiere Costruttivista che puoi trovare qui, riporta fedelmente, senza commenti né filtri, i vissuti di alcuni dei partecipanti al VI Cantiere che hanno risposto alla domanda “Come hai vissuto questo VI Cantiere Costruttivista?

Sara

[L’ho vissuto…] Con un’enorme curiosità! Il Cantiere per me è partito prima ancora che iniziassero “ufficialmente” i lavori, con Cecilia che mi accoglie con un abbraccio e mi spedisce lesta (con la scusa di dover “lavorare”) da Valeria – ed è subito Cantiere. “Da dove vieni cosa fai FACCIAMO UN BRINDISI FACCIAMO UNA FOTO!”, ed ecco che Marco mi tempesta di domande su Lampedusa, partecipando alle mie incazzature, raccontandomi un pezzettino della sua Sardegna.

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Il suo rabboccarmi il bicchiere di birra, due giorni dopo, completamente “a caso”, mentre invitavo il cucciolo di Barbara a fare un tuffo a bomba in piscina, sarà una delle mille carezze che ancora adesso, nella nostalgia da Cantiere, nel craving feroce di Cantiere, mi danno sollievo.

Già mi accorgo di come saltino i nessi temporali: Il tempo, al Cantiere, scorre a una velocità tutta sua. Vedo volti, sorrisi, abbracci, c’è un’eccitazione frenetica, gioiosa, c’è Alberto che intrattiene tutti e già lo adoro alla prima bestemmia libera, mi sorprendo a scoprilo neuropsichiatra infantile (poveri, i suoi piccoli pazienti!), gli rido in faccia, mi dico che il mondo è pieno di sorprese se una c’ha voglia di curiosare. E’ ancora giovedì sera, ancora ne devono arrivare tanti, ogni tanto mi giro a caso e provo a vedere se ho imparato i nomi – Laura di Lodi lode a Lodi (Compagna!), Federica, Giovanni…

Senza saper nè leggere nè scrivere, condivido subito un pezzettino della mia fatica odierna, e già c’è Andrea che mi abbraccia, ed è lì forse colgo sul serio la potenza di questo gruppo di matti e matte che costruiscono, sono Cantierin*, ma che cosa ne verrà mai fuori? 9ore di sonno in tre notti, il massacro delle zanzare sulla mia pelle troppo sottile, il caldo che a Torre del Porticciolo sembra comunque meno caldo e appiccicoso di come dovrebbe essere non hanno fatto arretrare di zero virgola l’energia che circolava in pineta o tra i tavolini del bar.

Ora mi maledico per non aver filmato tutto per non scordare niente e nessuno, ho preso e appreso così tanto, quasi mi sento una ladra, eppure sono stracolma di sguardi, di risate, di lacrime, di respiri sospesi. I miei, quelli dei compagni e delle compagne Cantierin* che hanno avuto tanta generosità a mostrarsi in tutte le loro meravigliose storture, facendo uscire luci e ombre dalle loro crepe scricchiolanti.

Cantiere per me è stato scoprire che ho fatto dei passi in avanti, che ora mi sento e ci sento forte e chiaro, ma che degli altri oltre che bisogno ho anche paura, EPPURE va bene sia fare passi che stare fermi, ogni tanto, a guardare “in disparte”. Mi porto con me la barchetta in mezzo al mare disegnata sul foglio, che pare che l’abbiamo disegnata tutt* insieme, e la convinzione che riusciremo a scalare la montagna, seppur con molte soste al ristorante (e pure al bar).

Vorrei poter regalare a Giagia quegli occhi con cui poter finalmente vedere quello che non vede, vorrei ancora abbracciare Giorgio che guarda quelle cazzo di mattonelle Anni ’60 o forse ’50, e Ludovica che quell’abbraccio se l’è negato così a lungo. Ripenso a quando mi sono lasciata cadere all’indietro riempiendomi i capelli di aghi di pino, e mi pare il gesto più liberatorio che abbia mai compiuto, e sembra un piccolo miracolo che si sia potuto arricchire della vicinanza così solida e presente di Valentina, col suo sguardo gentile e limpido, e del sorriso di Laura che, commossa ed emozionatissima, ci gironzolava intorno svolazzando come un’ape tra i fiori.

E dentro di me ringrazio ancora Claudio per avermi mostrato, all’ora del caffè mattutino, come si guardano i sistemi motivazionali tra i tavoli di un bar, e Maurizio per la sua tenerezza e il suo amore così incontenibile per la musica, e Francesco perché pareva che mi prendesse per il culo a ogni cosa che gli dicessi e invece è solo campano e profondo come il mare e pare che tutto vede e tutto sa, e sono contenta di essermi guadagnata la sua fiducia rendendogli un accendino che potrei avere ancora in tasca.

E sono grata alla bambina che, sul bagnasciuga, chiede a sua mamma “mi aiuti ad abituarmi? (*alla temperatura dell’acqua, suppongo, ndt), e a Giovanni per avere avuto la pazienza di accompagnare tutte le richieste musicali stonate, e a Fefo per aver intonato a gran voce le osterie con la sua grezza autenticità e a Eleonora per la sua salvifica insalata e la sua straordinaria dolcezza.

E provo riconoscenza per la vitalità smisurata di Toni, e lo sguardo troppo azzurro, quasi severo di Luigi – per la loro capacità di comprendere, di “contenere”. E mi viene da sorridere ricordando gli high-five con Serena, “compagna di reflusso”, e le risate perché “pure a me!”, ché il mondo sembra un po’ più leggero quando si condividono le cose.

E la lista sarebbe infinta, perché ogni ricordo sembra aprire un mondo, e ogni cosa continua ad assumere nuovi significati a ogni momento di rievocazione – la rete potentissima che tutt* lega, ogni nodo un prezioso nuovo punto di forza che si stringe con gli altri. In fondo credo che il motto “Cantierini una volta, Cantierini per sempre” significhi proprio questa roba qua: questo modo di scoprire e scoprirsi insieme, una volta provato, scava dentro e non vuole uscire più. Non so come si possa raccontare un “Cantiere Costruttivista” a chi non l’ha provato, ma di sicuro spero che in tant* abbiano la voglia di sperimentarlo, perchè la felicità dà dipendenza. PS. Stima e omaggi alla moglie di C.

Sirio

I giorni prima con trepidante attesa. Durante i giorni del cantiere le emozioni sono esplose: gioia, allegria, tristezza, sorpresa e anche timore. Emozioni intense e condivise, con vecchi e nuovi amici e anche maestri. Alla fine un poco di malinconia, avrei voluto continuare ancora un po’. È sembrato troppo breve.

Giada

Con uno spirito di unione e vicinanza, protetta da sguardi sicuri di sconosciuti, libera di affidarmi e sentirmi vulnerabile. Ho potuto sentire emozioni in maniera totalmente diversa da come pensavo, come se avessi te imparato a camminare.

Laura

Con paura ed entusiasmo, con più attenzione per me, con la pelle sottile che vibrava… con un nodo di solitudine aggrovigliato dentro che ha trovato occhi, sorrisi e braccia amorevoli capaci di scaldarlo e allentarlo un po’. Con gioia e amarezza. Con gratitudine e stupore. Con un senso di amore impaurito e stupito.. con ali più forti e coraggiose di quelle che mi racconto di avere.

Eleonora

Aspettavo questo Cantiere come si può aspettare l’acqua nel deserto. Sarebbe potuto essere il mio secondo cantiere in quanto nel 2020 ero pronta a partire per Santa Severa, ma poi…è scoppiato tutto. L’ho vissuto con curiosità, voglia di fare, di mettermi in gioco e lasciarmi andare. Mi sono sempre sentita in un ambiente protetto e quindi libera di dar voce alle mie emozioni. Questo cantiere è capitato in un momento della mia vita molto sereno, arrivato dopo un anno di dubbi, messa in discussione, paure e insicurezze. È arrivato al momento giusto. In fondo, sappiamo che nulla succede per caso! L’ho vissuto come la possibilità di imparare da me stessa e dagli altri; di creare nuovi “nodi”; di lasciare fuori dall’attenzione, anche se per pochi giorni, la quotidianità.. con l’obiettivo di “dissetare la mia sete”. L’ho vissuto cercando di sentire il mio corpo e le mie emozioni, affidandomi agli altri e cercando al contempo di dare loro una base su cui affidarsi. Ringrazio me stessa per essermi concessa questa possibilità… E un GRAZIE di CUORE a tutti coloro che ho incrociato in questa esperienza, ai loro occhi pieni. Manca tutto..

Francesco

Mi sveglio in preda al terrore col telefono spento in una mano. Ho un importante appuntamento di lavoro a Civitavecchia alle 10 e non posso assolutamente perderlo. Confuso, guardo la breve distanza che separa il jack del caricabatterie dal mio telefono e mi chiedo cosa mi abbia impedito di completare quel gesto e di mettere una sveglia. Mi alzo dal letto barcollando, pur essendo finalmente sobrio dopo 3 giorni allegri e guardo l’orologio in cucina. Sono le 10.

Scrivo subito una mail di scuse per il ritardo, indosso una camicia a righe, dei pantaloni blu e un paio di scarpe marroni e corro verso la macchina. Camminando sulle scale, sento l’immobilità del marmo grigio, ma nelle orecchie ho ancora il suono degli aghi di pino.

La macchina non è mia, me l’ha prestata la mia vicina appositamente per questo impegno. La apro e inizio ad abituarmi alla seduta, alla presa sul volante, al cambio e al freno. Sbaglio la strada un paio di volte, ancora assonnato e confuso dai rumorosi eccessivi stimoli di Roma. Finalmente trovo la strada giusta, ma la macchina si spegne improvvisamente nel bel mezzo della careggiata della via Aurelia. Le macchine attorno a me iniziano a suonare il clacson. Io esco per far capire che sono in panne.

“Mo’ qualcuno mi aiuterà a spingerla” penso. Invece mi evitano ed insultano. Bentornato a Roma. Mi guardo attorno e cerco Toni, Cecilia, Davide, Massimo. Non c’è nessuno, mi tocca spingere da solo ma la macchina resta ferma. Così inizio a contare i secondi che mi separano dall’essere travolto da qualche TIR. Torno in macchina e provo a riaccenderla. Per qualche strana e fortunata ragione riparte. Imbocco l’autostrada e finalmente mi rilasso. Cerco una stazione radio che mi faccia compagnia. Trovo Radio Dimensione Suono Soft, la dimensione giusta e mi fermo ad ascoltarla. Mentre la musica va, tutte le sensazioni e i ricordi di questi giorni tornano su.

Lo sguardo triste di Giorgio che guarda le mattonelle anni 60. La camminata fiera di Laura nel cerchio umano del nostro laboratorio fotografico. La voce di Silvia che si spezza mentre dice di avere paura. La faccia di Ida, tenera, persa, bisognosa mentre sta in “macchina”. La schiena di Laura, piegata dal peso del passato, con la testa raccolta dalle mani e la voglia di lasciarlo andare dietro. La carezza di Cecilia sulla mano offesa di Toni. Lo sguardo di Luigi appena arrivato ed il tremore del nostro primo fragoroso abbraccio. Il sorriso di Nives che si scusa per qualcosa che non ha fatto. Elisabetta che si muove sul tappetino in punta di piedi, senza fare rumore, e poi ci devasta tutti con le sue emozioni. Il sorriso e lo sguardo gioioso di Stefania, detta Ste, che mi invita in modo innocuo a giocare con lei. Il segnale pleonastico di Elisabetta, che col dito mi segnala che non può rispondermi al momento, perché sta mangiando. La penna offerta da Valeria, senza che io chiedessi nulla. Le lacrime sorridenti di Noemi e quelle inespressa da Chiara.

Ancora Ida che mi abbraccia e mi stringe sempre più forte, troppo forte, come se non mi sentisse, e si aggrappa a me. Io che la prendo in braccio e la tengo sospesa. Il caffè alle 6 del mattino con Luigi e Laura, tutti e tre così diversi nell’età, nella geografia, nella storia, ma che beviamo come tre vecchi amici del liceo che non si sono mai lasciati. Lo sguardo dignitoso di Gaia, che parla dell’importanza dei suoi amici e di quanto si senta fortunata ad averli. La sua sorpresa e gioia nel sentirsi chiedere “Posso abbracciarti?”. Sara che sta in disparte quasi a dire “Scusate se esisto”. Gloria che mi offre un pacco di sigarette senza volere nulla in cambio, le sono debitore. Giuseppe che si incazza quando dopo 3 giorni scopre che non mi chiamo Luigi, pur avendo una maglia con la scritta “Luigi”. Gabriella, mai rassegnata ma stanca.

E infine i miei compagni di viaggio, Davide, cresciuto, maturo, calmo, che si avvicina e mi tocca con delicatezza. Ilaria, anche lei cambiata, anche se certe cose non cambieranno mai e va bene così. Nicolina, che quest’anno è venuta in dolce compagnia e si è lasciata almeno un pochino nutrire, coccolare, rassicurare.

Per ogni ricordo che sale verso una lacrima e penso che lo custodirò con gelosia, gioia e resistenza. Nel frattempo sono arrivato a Civitavecchia. Guardo l’edificio degli anni 80 dove devo entrare ed entro. Tutto è rimasto invariato da quando questo posto è stato costruito. Pareti verdi in carta da parati, fotocopiatrici giallo “sbiaditodatempo”. Guardo le facce verdognole degli impiegati, più o meno impegnati a svolgere pratiche e/o a demarcare confini territoriali come è d’uopo in questi luoghi, e mi chiedo “Che vita sarebbe senza Cantiere?”. Certe cose meglio non saperle.

Claudio

Lo chiamano cantiere. Cantiere. Boh, io sono di Roma e i cantieri per me sono ostacoli urbani maledetti, entità di eterno immobilismo, dannazioni per la propria dignità… Boh. Nel frattempo però sono arrivato e mi avvicino a Loro; vicino vuol dire stare per adesso ai loro margini. Sono circa cento e ne conosco pochissimi, quasi nessuno anzi. Però credo di essere troppo visibile perché ho il doppio della media dei loro anni, oppure troppo invisibile, esattamente per lo stesso motivo. Insomma per un po’ il solito problema di figura e sfondo.

Li osservo assembrati, vocianti, a piccoli gruppi. E si abbracciano, si sfiorano, sorridono, si prendono in giro. Ho capito subito che erano amici, compagni con la gioia di (ri)vedersi. Me lo spiego con il covid, con l’estate, con la vita di villaggio. Ma qualcos’altro mi era già chiaro: questo centinaio di persone sono qui per scambiarsi qualcosa; e ci tengono a farlo. Il pomeriggio del primo giorno, sciamiamo tutti verso una pineta in collina. Arrivo tra gli ultimi e li trovo quasi tutti ancora a strepitare allegri come prima, seduti a gruppetti, rincorrendosi, bighellonando sugli aghi di pino. Poi si alza il Capo (lo conosco bene: sono venuto perché ci sarebbe stato lui).

Poche parole introduttive, da mentore o mistagogo, quindi tocca a una sorta di sacerdotessa. Di colpo si è fatto silenzio, si sono raccolti in cerchio, attentissimi e ispirati. Anch’io sono nel cerchio, anzi un pezzettino del cerchio, tra due pezzetti sconosciuti a destra e sinistra che amichevolmente mi tengono per mano (o io tengo loro?). Dopo un po’ capisco: ci teniamo. Il grande cerchio nei giorni si dividerà in quattro più piccoli per poi ricoagularsi nei momenti collettivi.

In mezzo, le azioni di noi tutti e tra noi tutti, che vengono chiamati Laboratori. Si tratta di situazioni centrate sul corpo (pure il mio, di corpo!). Esperienze coinvolgenti nella loro semplicità, vissute con persone che non conosco ma che sento affidabili e non giudicanti. E’ vero! hanno la metà dei miei anni e forse la metà delle mie esperienze, ma ad occhi chiusi, in silenzio e lentamente, i corpi e le presenze di tutti noi diventano contemporanei, coesistenti. I compagni con cui ho fatto esperienze psicocorporee, sono stati miei coetanei e li ho trattati come tali: cioè raccontandogli alcune mie storie e ascoltando le loro come avessi la loro età.

Chissà perché, questo non è stato poi così difficile: basta chiudere gli occhi, riaprirli, guardare gli occhi dell’altro o toccare le sue mani e ci si trasforma in trentenni. Almeno per un po’. E rinunciando alla lenta saggezza da adulto avanzato, si (ri)acquista l’intensità di quegli anni. Così ho (ri)scoperto di avere avuto persone, progetti e paure. Ovvio, sapevo già di averli avuti. Ma le Esperienze hanno richiamato vecchi files dimenticati e scritti in un antico linguaggio operativo. Così davanti ad una trentenne attenta e sorridente dai grandi occhi, ricordando di vecchi lutti, la mia voce ha tremato come un tredicenne (sono però riuscito a nasconderle gli occhi umidi, dissimulazione da adulto).

Quindi dovrò procedere ad un aggiornamento delle mie perdite e dei miei vuoti. Già solo questo è valso il viaggio. Ma il bello sono state le serate. Ritornano lo schiamazzo, tanti alcolici, l’ebrezza di canti e musica. E lì in mezzo – un po’ timoroso, un po’ evitante e sicuramente quasi astemio – ci sono stato anch’io. Una pozione che si chiama spritz ha creato il contesto per dimenarmi un po’ e cantare un altro po’ (spero che l’invisibilità da sfondo non mi abbia rivelato). Da quanto tempo non ballavi e cantavi, Claudio? E da quanto tempo non abbracciavi e ricevevi abbracci di un commiato, dopo quattro giorni, da giovani volti sorridenti? Sarò riconoscente loro per tanto tempo; e magari non lo sapranno.

Conclusioni. Mi sa che devo rivedere i miei giudizi sui cantieri. Non quelli di Roma, quelli non sono emendabili. Ma, dopo i Cento ad Alghero, nel mio personale CANTIERE IN FASE DI AVANZAMENTO andrà aggiunto RALLENTARE – ATTRAVERSAMENTI EMOZIONALI PROFONDI.

Silvia

Il primo giorno ero molto emozionata perché avrei facilitato un gruppo, é stata un’esperienza molto arricchente. Per quanto riguarda i laboratori a cui ho partecipato, ero troppo fresca di esperienze simili fatte a scuola fino a pochi mesi fa,per cui penso ne godrò molto di più il prossimo anno quando sarà passato un po’ di tempo. Credo che questo tipo di esperienze diventi fondamentale dopo aver fatto la scuola, poiché poi é difficile fare esperienze sullo “stare” , e sia più facile fare corsi sul “fare”

Giada

Con curiosità (come sempre) con maggiore serenità (rispetto ai due precedenti).

Daniele

Cosa ho trovato: tutto quello che ho cercato; condito di sorrisi, emozioni, commozione, piacere, sguardi, leggerezza, riconoscenza, gratitudine, senso di libertà, vicinanza, spunti per il futuro, idee, desideri, curiosità, persino qualche abbraccio (di cui in genere sono parco). Ho anche trovato professionisti esperti che non hanno avuto difficoltà a mettersi in gioco insieme a tutti. E anche questo è raro.

Valentina

Benissimo! è stato il mio primo cantiere, ne avevo sentito solo parlare tramite colleghi che avevano già partecipato. Confermo tutte le bellissime parole con cui mi era stato descritto. Mi sono sentita subito accolta e mi ritengo fortunata ad aver potuto assistere e partecipare. Per me è stata una piacevole scoperta e spero che sia il primo di una lunga serie! Sono grata agli organizzatori e a tutti i partecipanti perché è stata un’esperienza significativa non solo da un punto di vista formativo ma anche e soprattutto personale:)

Paola

Intensamente, tanto che lo sto continuando a rivivere ancora adesso

Luca

È stato bello, emozionante e formativo

Davide

è stato interessante ritrovare se stessi e gli altri nella stessa cornice a distanza di 2 anni, in parte diversi, inevitabilmente cambiati, per poi ricollocarsi e riconoscersi. Una discontinuità evolutiva.

Gabriella

ho sentito come uno “stop and go”, lo aspettavo da due anni, ne sentivo il bisogno fisico. Ho sentito di nuovo l’ aria che passava dentro di me e mi sono resa conto che ho vissuto due anni e mezzo in apnea. È stato potente, a tratti devastante, ma Vitale e linfatico. E poi per me è stato anche il cantiere dello stupore: Lo stupore nel sentirmi ringraziare per la mia presenza da persone con le quali non ho parlato. Lo stupore nel poter piangere durante una condivisione. Lo stupore nel provare tenerezza nei miei confronti, nell’alzare lo sguardo e sapere con esattezza chi cercare e che era li per per te. Lo stupore di essere importante e di essere anche io, ma proprio io, ad essere cercata da quegli sguardi. Lo stupore di sentire di non aver bisogno di fare guai e la giullare, ma di stare anche seduta ad un tavolo e vedermi arrivare cibo e birra senza chiedere né pagare! Ora che respiro di nuovo posso vivere.

Valeria

Questo cantiere è stato speciale perché ho potuto condividere l’esperienza con alcuni colleghi del mio training, ho potuto ritrovare le persone meravigliose che avevo conosciuto nel 2019 e avere conferma che il cantiere è una dimensione a sé stante. Nel 4 giorni fai esperienza di una multitudine di emozioni di cui normalmente ci si dimentica. È uno spazio protetto dove si può fare esperienza della solitudine ma insieme ad altri. Per me è sinonimo di intensità e scoperta, ed è riuscito a rimodulare la sofferenza che spesso la paura della solitudine porta. Ogni cantiere è una porta che apre a nuove parti di me e ringrazio tutti gli organizzatori che hanno saputo creare un evento così unico e particolare. Ad maiora!

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