Carteggi di Psicologia

Il pianto dei bambini, quanto è importante?

Pubblicato anche su AGR

Ho da poco terminato l’inserimento al nido di mio figlio. È un momento complesso sia per noi genitori che per i nostri figli. Quante aspettative, quanto carico emotivo! Raccontandolo, la domanda più frequente che mi sono sentita fare è: “ha pianto?”. Ma perché il pianto? Mi sono fermata a riflettere sull’importanza che riveste l’accoglienza del pianto del bambino, sia da parte del genitore, sia da parte delle insegnanti, figure sconosciute che, giorno dopo giorno, diventeranno riferimenti per lui fondamentali.  

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Mi piace pensare al bambino come a una piccola persona con grandi bisogni, primo fra tutti il bisogno di contatto, inteso come bisogno di vicinanza da parte degli adulti che si prendono cura di lui.  

La principale e immediata modalità attraverso cui il bambino avanza la richiesta di soddisfazione di questo bisogno è senza dubbio il pianto, inteso, quindi, come un vero e proprio canale di comunicazione. 

È possibile tradurre il pianto del bambino con il seguente significato: “Ho bisogno di te”! 

Il pianto è un’espressione emotiva, la manifestazione di uno stato di disagio interiore, in quanto tale, non condannabile.  

Le emozioni non hanno età e, così come accade per quelle positive, è per tutti lecito esprimere il proprio sentire attraverso il pianto. Certo è che, se l’adulto riesce a calibrarne l’espressione in relazione al contesto in cui si trova, il bambino non ne ha la capacità, scoppiando spesso in accesi pianti che, di fronte a determinate situazioni sociali, non risultano facilmente gestibili da parte di chi se ne prende cura. 

Ma è davvero il contesto a rendere più o meno adeguata l’espressione di un’emozione come il pianto? 

Immaginiamo di trovarci in compagnia del nostro partner e di sentirci in uno stato di grande disagio, che ci rende tristi e/o spaventati. Credo non si sia mai troppo grandi per avere bisogno di essere rassicurati e stretti in un abbraccio.  

In situazioni simili, dal nostro partner ci aspetteremmo comprensione, accoglienza, affetto, protezione.  

Immaginiamo, invece, di venire sminuiti, criticati o addirittura ignorati.  

Reazioni di questo tipo, ripetute nel tempo, ci farebbero sentire di poco valore, non amati abbastanza, a prescindere che avvengano all’interno delle mura domestiche o in un contesto pubblico. 

Per il bambino accade esattamente lo stesso.  

Il pianto va accolto, qualunque sia la sua ragione scatenante.  

Accogliere il pianto non significa trovare il modo per arrestarlo, né ignorarlo nella speranza che termini nel più breve tempo possibile.  

Accoglierlo significa legittimarne l’espressione. Significa ospitarlo, dandogli dimora attraverso il nostro sguardo o le nostre braccia. 

Spesso si incontrano difficoltà in questo, a causa della stanchezza del genitore, ma anche e soprattutto a causa di una personale difficoltà di quest’ultimo a gestire e tollerare il pianto, sempre più frequentemente visto come emozione negativa e quindi da allontanare, motivo di disagio ed imbarazzo nel contesto sociale o addirittura segno di maleducazione e antipatia. 

Quante volte, relativamente ai neonati, sentiamo dire frasi del tipo: “Come è tuo figlio? È buono?”, intendendo dire che se dorme poco o piange spesso è “non buono” e quindi “cattivo”. 

La nostra società ci porta ad associare il pianto a qualcosa di sgradevole, a sentirci genitori sfortunati se nostro figlio piange spesso e a non considerare il pianto come una fisiologica espressione di disagio. 

Il bambino non sa esternare il proprio malessere attraverso una chiara espressione verbale.  

Se, da una parte, è naturale che quest’ultimo ricorra al pianto per farsi sentire ed essere compreso, dall’altra sarebbe auspicabile soffermare l’attenzione sulla modalità con cui l’adulto di riferimento reagisce di fronte a quel pianto. 

Ignorarlo, sminuirlo o fare in modo che non venga espresso sono reazioni che, reiterate nel tempo, ostacolano il bambino nello sviluppo di un’emotività consapevole.  

Per far sì che lui conosca le emozioni che lo portano a piangere, così da riconoscerle anche negli altri e da imparare a gestirle, è necessario che le sue figure adulte di riferimento gli facciano da specchio, consentendogli di vedere sé stesso attraverso loro stesse.  

È in questa dinamica relazionale di riflessi che il bambino impara a strutturare la sua identità e il proprio valore. Valore che prende forma man mano che il suo sentire viene ascoltato, compreso e, appunto, accolto. 

Non ascoltare il pianto del bambino, per lui si traduce nel seguente significato: “Io non sono importante“. 

Accogliere il suo pianto significa dirgli: “Tu sei importante“. 

La messa in atto reiterata nel tempo di una modalità piuttosto che di un’altra, non è frutto di una scelta casuale, ma è lo specchio di quanto, quello stesso adulto, ha appreso durante la sua infanzia.  

Il modo in cui è stato accudito si riflette nella modalità con cui accudirà a sua volta.  

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