Stanford Experiment

Nasciamo cattivi o diventiamo cattivi? Esperimento di Stanford ed Effetto Lucifero

Era l’agosto del 1971, esattamente 51 anni fa in questi giorni, a cavallo di ferragosto nei sotterranei del Dipartimento di Psicologia dell’Università di Stanford, il prof. Philip Zimbardo diede vita ad uno degli esperimenti più famosi nella storia della Psicologia Sociale. Conosciuto dagli addetti ai lavori, e da un pubblico più ampio, grazie anche alle diverse opere letterarie e cinematografiche  ad esso dedicate (L’esperimento, film di Dante Guardamagna del 1971; The Experiment – Cercasi cavie umane, film di Oliver Hirschbiegel del 2001; Effetto Lucifero (The Stanford Prison Experiment), film di Kyle Patrick Alvarez del 2015).

Zimbardo e la sua equipe erano interessati a comprendere se e come il comportamento delle persone potesse essere influenzato dal comportamento del gruppo di appartenenza. Scelsero per testare questa ipotesi di riprodurre l’ambiente carcerario, selezionarono 24 studenti universitari a cui attribuirono in maniera casuale il ruolo di guardia o di detenuto. I sotterranei del dipartimento di Psicologia dell’Università di Stanford furono il teatro dell’esperimento.

La selezione dei partecipanti, avvenuta su una settantina di candidati che avevano risposto ad un annuncio dedicato, fu fatta tenendo conto di una serie di caratteristiche, tra cui un basso livello di aggressività. A tutti vennero consegnate delle divise in funzione al ruolo assegnato per garantire la chiara appartenenza al gruppo di riferimento e per uniformare gli individui. Le guardie furono equipaggiate con manganelli ed occhiali con lenti a specchio che ne nascondessero lo sguardo e che le rendessero maggiormente omologate tra di loro

L’esperimento sarebbe dovuto durare 14 giorni, ma al sesto giorno fu interrotto perché le guardie avevano cominciato a mettere in atto comportamenti sempre più violenti fisicamente e psicologicamente e tra i detenuti si evidenziavano stati remissivi e depressivi. L’esperimento fu soggetto a molte critiche sia sul piano etico che su quello metodologico, ma diedero vita a molti spunti di riflessione che portarono ad altri studi e ricerche, oltre a ragionamenti più ampi sia sul piano sociologico.

Ma cosa è accaduto?

Le guardie sembrerebbero essere state le prime ad entrare nel ruolo, cominciando a definire regole utili a mantenere l’ordine e punizioni che inibissero i comportamenti trasgressivi. Tali regole con il passare delle ore e dei giorni diventavano sempre più ferree, l’aggressività aumentava e con essa anche i comportamenti vessatori ed umilianti che sottolineassero bene il potere degli uni sugli altri, fino ad arrivare a quegli atti di violenza e di sadismo che indussero i ricercatori a sospendere l’esperimento.

Quindi persone, apparentemente poco aggressive, buone, sono diventate in pochissimo tempo sadiche e violente. Com’era possibile?

Abbiamo già accennato qui alla diatriba esistente tra coloro che sostenevano che la personalità degli individui fosse definita alla nascita e chi invece la riteneva legata all’ambiente nel quale l’individuo cresce e vive, questo esperimento si muove sulla seconda ipotesi.

Zimbardo individuò tre aspetti che potevano aver portato a questo cambiamento: il “potere” definito dal ruolo, la “deindividuazione” e la “deumanizzazione” dell’altro. La situazione di potere crea un rapporto asimmetrico con l’altro, ponendolo in una posizione di inferiorità; la deindividuazione, l’abbandono della propria individualità per aderire a quella del gruppo deresponsabilizza il singolo e crea una sorta di responsabilità distribuita ed una legittimazione dei comportamenti dei membri del gruppo di appartenenza; la deumanizzazione porta invece a leggere l’altro come non “umano”, non appartenente alla propria specie, non più simile a sé, riducendo la capacità di provare empatia e di inibire di conseguenza comportamenti aggressivi e lesivi.

Nel momento in cui questi tre processi vengono attivati contemporaneamente, possiamo assistere ad una “trasformazione” dell’individuo, le persone (anche quelle pacifiche) possono mettere in atto comportamenti malvagi. Zimbardo definì questo fenomeno “Effetto Lucifero”.

Il contesto, la situazione, diventano quindi elementi attivanti. Le persone non sono totalmente buone o totalmente cattive, ma, messe in determinate condizioni, possono agire in una direzione o nell’altra.

Ci sarebbe da precisare anche che queste tre dimensioni non sono elementi “innaturali” o aspetti “devianti”, ma sono processi funzionali alla nostra vita, all’interazione con il nostro ambiente.

Le dinamiche di potere permettono di costruire gruppi con ruoli definiti e capaci di regolarsi e di mantenere un ordine interno, l’acquisizione di potere può però portare anche al suo abuso ed a comportamenti volti a sottolineare il proprio ruolo nei confronti dell’altro considerato inferiore a sé. La deindividuazione aiuta il processo di appartenenza al gruppo (non sopravviviamo da soli, abbiamo bisogno degli altri per poterci muovere nel mondo), creando allo stesso tempo una situazione in cui la responsabilità è diffusa e non rimandata direttamente al singolo individuo, attivando una situazione di anonimato. Questa responsabilità diffusa può portare a legittimare i comportamenti del gruppo anche quando risultano dissonanti con il nostro modo di essere e di agire, riducendo l’effetto sociale della colpa. La deumanizzazione in termini evolutivi potrebbe essere in qualche modo legata all’istinto predatorio necessario per la caccia e la difesa del territorio da possibili minacce, tra cui quelle provenienti da altri gruppi di cospecifici. La deumanizzazione, come dicevo sopra, fa sì che l’altro venga visto come “diverso da noi”, come “non umano”, inibendo così l’empatia.

Durante l’esperimento, la presenza di questi tre fattori ha portato agli atti di violenza che hanno costretto i ricercatori ad interromperlo.

La chiusura veloce dell’esperimento non ha permesso di verificare se tutte le guardie subissero l’effetto in egual misura o se ci fossero differenze individuali. L’ipotesi innatista direbbe che l’influenza sociale (effetto Lucifero) fa pressione su tutti, ma solo alcuni (gli inclini) la agiscono. Gli altri semplicemente non reagiscono (magari perché gregari).

In generale gli effetti “sociali’ potrebbero essere intesi come spinte del contesto a muoverci in determinate direzioni (magari anche individualmente “anomale”); le differenze individuali poi fanno sì che alcuni trovino in esse motivazioni sufficienti per agire e altri invece resistano comunque all’impulso.

Io sono incline a pensare che esistano fattori protettivi e fattori di rischio, in parte legati al temperamento, quindi ad aspetti innati, in parte legati all’ambiente nel quale crescono e vivono le persone. Seguendo le riflessioni di chi esce dalla diatriba tenendo conto di entrambi i fattori. L’ambiente svolge da attivatore, i fattori di rischio amplificano questa attivazione, quelli protettivi invece la riducono. Il che ci permette di intervenire a vari livelli per mitigare “la cattiveria delle persone” e per anticipare comportamenti che muovono in tal senso.

Se la bontà e la cattiveria delle persone non è definita alla nascita, se non c’è il “bernoccolo della delinquenza”, citando vecchi studi di frenologia, allora si può intervenire a livello sociale ed individuale per prevenire comportamenti devianti o lesivi, ragionando sugli ambienti nei quali viviamo ed interagiamo con gli altri. Se rileggessimo l’effetto Lucifero come chiave di lettura su determinati comportamenti a livello gruppale nella scuola, nello sport, sui social (solo per citare quelli che possono coinvolgerci tutti), potremmo ragionare su altrettante modalità di riduzione e contrasto di comportamenti lesivi su un piano psicologico e fisico che in questi ambienti vengono messi in atto.

L’effetto Lucifero apre ovviamente anche interessanti riflessioni sulla vita nelle carceri, tema a cui lo stesso Zimbardo era sensibile. La cosa che fa riflettere è che questo esperimento risale a 51 anni fa, ma le conoscenze e gli spunti di riflessione che ha portato non sembrano aver influito sulla gestione delle carceri e sulla possibilità di recupero dei detenuti.

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