Uno sguardo sull’abuso di sostanze

Guardare il dito invece che la luna

Autore: Andrea Pompili, articolo pubblicato su AGR

L’immagine: Not gonna lose you. Pittrice: Daniela Sesto

Anni fa, quando per le prime volte iniziavo ad avere a che fare con i tossicodipendenti, un operatore “anziano” di una comunità di recupero mi disse che la sostanza di cui diventi dipendente era solo un caso dovuto al contesto in cui cresci. Se la tua indole ti porta ad essere incline all’abuso di sostanze, a suo avviso, la differenza la faceva la cultura dove sei inserito.

Se cresci a Scampia è più facile che incontri l’eroina; se sei della “Milano bene”, la cocaina, se frequenti i centri sociali, la marijuana; se sei di una città di provincia, i “grattaevinci”; se studi finanza, il trading.

Iniziare a bere alcolici, e magari ubriacarsi di tanto in tanto, in alcune compagnie di amici è considerato accettabile; poi, però, qualcuno lo fa più spesso e diventa un’abitudine. Secondo l’operatore anziano, non sarebbe stata la sostanza a “catturare” la persona, ma il contrario. Il contesto nel quale sei inserito, rende “normale” il primo contatto; qualcosa nella struttura di personalità degli individui o qualcosa nella loro storia personale, lo fa diventare un abuso.

Chiaramente si trattava di una semplificazione, un modo per rendere più vicine le persone che si trovavano nella comunità terapeutica.

Nella pratica terapeutica di chi lavora con pazienti che fanno abuso di sostanze è noto che uno dei comportamenti più comuni durante le fasi del trattamento sia il “viraggio sintomatico”. Vale a dire che persone dipendenti dal tabacco, ad esempio, per astenersi dal fumare, rivolgono la propria attenzione sul cibo e ne fanno un uso compulsivo. Dal punto di vista pratico e materiale questo è un pericolo, perché si rischia di passare “dalla padella alla brace”; molti addirittura motivano la volontà di non smettere di fumare con l’evitare di ingrassare (!).

Se, però, avviene in un percorso terapeutico, questo passaggio può essere utilizzato per riflettere sul fatto che non sia veramente importante la sostanza di cui si abusa, ma lo schema comportamentale con cui ci si rapporta ad essa.

Per le persone che affrontano questo passaggio, spesso, è una svolta decisiva: comprendere che la responsabilità di ciò che gli accade non sia nella sigaretta/eroina/internet, ma nel rapporto che loro stessi hanno strutturato con esse. Nel tempo la “sostanza” assume un’importanza smisurata; diventa il punto cardine attorno al quale gira la propria esistenza o quantomeno che ne condiziona la quotidianità.

Ridimensionarla, farle assumere un ruolo funzionale e non dominante, può permettere di ribilanciare i rapporti di forza. È utile comprendere che la “colpa” non sia nell’oggetto del desiderio, ma nel ruolo che gli ho attribuito nella mia vita. Capire che non è tanto l’attrazione verso internet che determina le ore che ci passo, quanto la possibilità che mi dà di non rivolgere l’attenzione verso il mondo non virtuale che mi circonda.

Magari immergersi nel virtuale mi permette di non vivere le sofferenze del mio quotidiano.

Forse la sigaretta che mi accompagna durante la giornata serve a tappare un vuoto che mi crea sofferenza.

Lo stordimento che mi dà il vino che bevo arrivato a casa, anestetizza la sofferenza del vuoto che sento.

L’euforia che sento quanto acquisto il grattaevinci, mi distrae dalla sofferenza dei miei fallimenti.

Al livello sociale questo discorso è molto scivoloso, il rischio è di spostare il focus dalla pericolosità di alcune sostanze o di alcuni comportamenti. Immaginiamo una campagna di responsabilità sociale che affermi “il problema non è la sigaretta, ma sei tu che fumi troppo”. Ma a livello individuale, per permettere un’evoluzione, è necessario farsi carico delle responsabilità, comprendere i processi psicologici che hanno portato a spostare l’attenzione da ciò che ci fa soffrire, alla sostanza da cui diventiamo dipendenti.

Il rapporto con la sostanza/comportamento dal quale siamo dipendenti è un rapporto di amore/odio. La amiamo quando ci dona i suoi effetti, la odiamo quando percepiamo che ne siamo schiavi. È, però, sempre presente e, spesso, guida molta parte della nostra giornata. Il vissuto, alle volte, è quello di un demone che soggioga la nostra volontà e che governa il nostro comportamento in maniera ineluttabile.

È fondamentale ribaltare i ruoli, comprendere che la funzione della sostanza non è tanto negli effetti che mi dà, quanto in quello che mi permette di non fare. Vivere le emozioni che non voglio più sentire, avvertire il dolore, percepire l’assenza degli affetti che mi mancano.

Il potere che ha su di me la sostanza è quello che io gli ho dato di distrarmi da altro.

Spesso chi ha rapporti con persone che soffrono di questo tipo di dipendenze cerca di farli riflettere sugli effetti dei loro comportamenti, sottolineando quanto questi li portino lontano dagli affetti più intimi. Purtroppo, questo tipo di tentativo, spesso, è destinato a fallire perché ignora questo principio. È proprio non voler vivere alcune delle emozioni connesse con questi affetti che mi lega alla sostanza.

Parimenti sono destinati a fallire quei tentativi mirati ad allontanare fisicamente le persone dalla sostanza, senza capire il significato intimo che essa svolge o senza strutturare un’alternativa. La mamma che toglie il tablet al figlio sempre attaccato alla rete, senza capire perché ci passa tante ore.

Il falso mito sta nel cercare di essere più forte dell’attrazione verso la sostanza, senza capire perché questa attrazione sia tanto forte e quale funzione essa svolga.

Tutto ciò è ancora più complesso perché coloro che soffrono di queste dipendenze, quantomeno a livello non cosciente, desiderano allontanare da sé tutte quelle emozioni che non vogliono percepire e, quindi, “distrarre” l’attenzione propria e altrui da quella parte ferita che gli reca dolore. Loro sanno che, se la sostanza non concentra tutte le attenzioni su di sé, rimane esposta la parte più sensibile. Tanto più si cerca di avvicinarsi alla parte cruciale, alle emozioni spiacevoli, tanto più essi cercano di puntare il dito sulla sostanza e sulla sua forza.

Per quanto possibile, sarebbe utile capire cosa la sostanza permette di nascondere, vale a dire guardare ciò che non c’è.

Guardare il dito invece che la luna.

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